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lunedì 23 novembre 2009

B-Ball Photos IV





Bamberg "Jako Arena" 24-25-26 agosto 2007, Torneo Internazionale con Italia, Russia, Portogallo e Germania: "Basketball Supercup".

Vinsero coach David Blatt e Andrei Kirilenko. Mi sembrò, dopo il match vs l'Italia (in cui Belinelli si infortunò quasi subito alla caviglia e Bargnani rimase fuori per turnover), che la squadra russa potesse ambire seriamente ad una medaglia (almeno) di bronzo nell'Europeo in programma qualche settimana dopo in terra spagnola. Sbagliai solo il colore del metallo. Blatt mise assieme una tela meravigliosa e la pennellata decisiva arrivò dai polpastrelli naturalizzati di J.R. Holden: la "Spagna che non poteva perdere" sprofondò in quel di Madrid davanti ad un'intera nazione. Un "golpe" incredibile.

P.S. L'Italia iniziò sostanzialmente da quell'Europeo a scoprire che il tunnel delle difficoltà era appena cominciato, anche se l'esplosione di B&B (Bargnani e Belinelli) fu un valido fumo nero negli occhi di tutti. Per altro, nella piacevole Bamberg, il Mago si trovò davanti Nowitzki e disputò la migliore partita in Nazionale che io gli abbia mai visto fare: fu devastante, abbondando oltre il ventello e infilando tutti i canestri decisivi. Oggi qualcosa è cambiato (in peggio), coach Recalcati non è ufficialmente più la guida tecnica della squadra e il futuro non è mai stato così incerto: è evidente che i fiumi di parole hanno fatto il loro tempo; ora servono fatti concreti. Pianigiani o meno...





*Somiglianze*


Kanye Omari West a sx [rapper e produttore discografico statunitense] & Baron Walter Louis Davis a dx [giocatore Nba attualmente a L.A. sponda Clippers]









giovedì 19 novembre 2009

B-Ball photos III


"The Cage": tra West 4th Street & 6th Avenue nel Greenwich Village, Manhattan NYC
Altro playground, altra istituzione del basket da strada. Il perchè del soprannome è abbastanza ovvio ed il livello del gioco rimane tutto l'anno altino. Dal 1977 va avanti "The West 4th Street League", un torneo che fu creato da un guidatore di limousine, tale Kenny Graham. Requisiti: voglia, trash-talk e zero paura."That's BasketBall City, baby!"




Eagles 1990 Cantù - Sturm und Drang
La prima foto è proprio mia, la seconda l'ho recuperata dal web (perchè penso riesca a mostrare e in qualche modo concretizzare la pura essenza dell'arte del tifo). In Italia di curve così ne sono rimaste poche, forse si può farle stare sulle dita di una mano. Al Pianella i cori per i giocatori si fanno assai di rado, perchè prima di tutto viene la squadra: "lotta sempre e vincerai. Non ti lasceremo mai!". Una fede incrollabile, l'orgoglio di averla; l'onore da mantenere, col sudore e con il cuore. In questa zona della Brianza si vive di emozioni e fidatevi che quelle che regala il Pianella sono di un'altra categoria.
Un coro in particolare mi è rimasto dentro: "Ricordo quando ero piccolino-mio padre mi portava al Pianella-vedendo quella curva ho capito-quant'era importante fare il tifo---da allora tanti anni son passati-ma quei colori non li ho mai lasciati-ed anche se mi costerà fatica-io tiferò Cantù, io tiferò Cantù, io tiferò Cantù tutta la vitaaa! ---ma perchè?-ma perchè?-ma perchèè?-mi domandano perchè?-perchè ovunque tu sarai-noi saremo con te!"
Ogni volta brividi.




"New Orleans Arena", 25 agosto 2005
Quattro giorni dopo il mondo conobbe la forza devastante dell'uragano Katrina. "The Big Easy", entusiasmata nella stagione precedente da Earl "J.R." Smith III (raffigurato nella gigantografia di sopra, ed oggi in forza ai Denver Nuggets), era appena divenuta la città di Chris Paul ed un grande scossone, in meglio, lo si pronosticava solo per le sorti della franchigia Nba targata Hornets. Noi riuscimmo ad aggirare l'uragano grazie alle previsioni dei telegiornali e dei meteo locali e a raggiungere le zone più sicure della Louisiana prima e della Florida poi. Successe tutto nel giro di pochissimo e fu assolutamente incredibile. Ma lo rimane tutt'ora.

martedì 17 novembre 2009

Il mio punto di vista (letteralmente) sul basket...B-Ball Photos 1



Chris Jackson, meglio conosciuto come Mahmoud Abdul-Rauf, ai tempi di Roseto.(Qui all'All Star Game di Torino insieme all'ex napoletano e udinese Mike Penberthy).
Nonostante la sindrome di Tourette un autentico manuale vivente del Gioco.
Sempre All Star Game al PalaRuffini di Torino. Stavolta però,omaggio da parte della Nazionale Italiana al compianto Enrico "Chicco" Ravaglia (davanti a tutti l'amico Poz con le lacrime agli occhi).

Un giocatore ed un sorriso unici portati via troppo presto. "Vivere nel cuore di chi resta vuol dire non morire mai...Bye". Striscione Eagles Cantù nel derby con Varese: 8 gennaio 2000 .




Nel corridoio che circonda il cuore di "The Palestra" @ Philadelphia c'è, tra le tante foto e cimeli, lo stendardo della storica vittoria dei Wildcats nel Torneo NCAA 1985.
Coach: Rollie Massimino. Leggenda. Sul parquet: Ed Pinckney. Eletto poi "Most Outstanding Player". Villanova, numero 8 della sua parte di tabellone, raggiunge incredibilmente le Final Four con sede a Lexington (Kentucky) e dopo aver fatto fuori Memphis State, vince anche con la favoritissima Georgetown di Patrick Ewing. 66-64: uno degli upset più sorprendenti della storia del college basketball.


Lo storico maglione rosso indossato da Coach Bob Knight nei suoi gloriosi anni sul pino della Indiana University.
Personaggio esuberante, controverso e geniale fino all'eccesso. Come lui non ne esistono altri e non sono mai esistiti. Una frase del Coach dal libro di Joan Mellen 'Bob Knight: His Own Man' : "It's a simple, goddamn thing. I just say, 'Hey, kid, goddamn it, be the best player you can be' "




Bobby Simmons fuori dalla palestra estiva più competitiva e "cool" degli Stati Uniti (è stata spesso casa, ad esempio, di MJ): "Hoops The Gym".
B-Sim, all'epoca ai Clippers(Most Improved Player nel 2005), oggi gioca per i derelitti New Jersey Nets, dopo aver strappato un bel contrattone ai Milwaukee Bucks gli anni passati.
Hoops The Gym, nel quartiere di West Loop, Chicago (1380 W. Randolph Street) è luogo frequentatissimo dai giocatori Nba, chicagoani o meno. Quando sono passato io si stava allenando anche Juwan Howard, ex Mavs e oggi a Portland, ed è qui che Ron Artest fece saltare un paio di costole al rientrante (ai Wizards) Michael Jeffrey Jordan.
"Hoops the Gym Stadium Club is one of Chicago's finest private basketball gymnasiums, available for private group rental 24 hours a day, 7 days a week for between $90 and $100 an hour. No membership is required. Conveniently located downtown, this club features a three-court gymnasium with 30-foot ceilings, state-of-the-art lighting, maple flooring and full-service locker rooms. A first-floor party room and mezzanine-level skydeck with skybox are also available for rental. The courts can be used alone for basketball or volleyball, or in combination with the event areas to create an ideal setting for corporate events, fundraisers, tournaments or birthday parties." da chicago.metromix.com

Where Eagles Happen

Gara 4 Play off: Cantù vs Roma

lunedì 16 novembre 2009

Ora si: Brandon Jennings = The Future



Va bene che Fiba ed Nba sono due universi lontani miliardi di anni luce; va bene che di fronte c'era la "difesa" di coach Nelson e Golden State; va bene che ogni tanto qualcuno veda comparire la "Madonnina dei canestri" sopra il tabellone e resti in trance per 48'; va bene tutto. Ma Brandon Jennings = 55 ?!?


Che prestazione da parte del ragazzo da Compton...A Roma, però, mi sa che se lo ricordavano un filino diverso...


Conseguenza.

La domanda che sorge spontanea è: ma se adesso agli "High Schoolers" americani questo sembra un facile 1+1 (cioè: B.J. è andato a giocare in Europa un anno ed è tornato così, allora anch'io...), non è che già dalla prossima stagione il flusso diretto dalla HS al nostro basket si rifocillerà di nuovi elementi?

sabato 14 novembre 2009

Pagine di Basket___4





- Un altro spazio della mia libreria cestistica è occupato da BasketBiz: I Signori del Gioco di Eldon L. Ham. La sintesi, presa dal sito “libreriadellosport.it” (e sostanziale copia di quella presente sul testo originale), recita così: “Un libro sull'irresistibile storia dell'ascesa della National Basketball Association come non era mai stata raccontata prima. Porta alla luce decenni di manipolazioni dietro le quinte e di battaglie campali che hanno forgiato la lega e generato una macchina da spettacolo che sembrava perfetta, prima del brutto pasticcio di egoismi e bigliettoni che ha portato alla quasi distruzione del 1998. I Signori del Gioco spiega nel dettaglio come gli insider, quali David Stern, Rod Thorn, Jerry Reinsdorf, Ted Turner ed altri, hanno collaborato con la superstar Michael Jordan, il suo agente David Falk, la Nike ed i media televisivi nell'architettare la più grande società per la commercializzazione dello spettacolo nella storia dello sport professionistico.”



Dalla stagione del lockout qualcosa è naturalmente cambiato e a svariati quesiti posti nel libro il tempo ha dato la sua risposta. Ciononostante, a forza di sentire pronunciare frasi come “it’s just business”, il rischio di salutare definitivamente l’anima più pura del gioco rimane ben presente nell’aria. La crisi globale dell’economia inoltre costringe a rimanere sempre all’erta e come si chiede Ham, “la Nba sarà in grado di mantenere la sua grande popolarità ed evitare il tracollo finanziario?”. Per fortuna, loro e nostra, esistono i vari Kobe, Dwyane e LeBron, eredi diretti di Sua Maestà il 23, ed altri sono già in ‘programmazione’.



L’autore fa i conti con le guerre interne ed esterne vissute dalla Lega fin dalle origini, presentandole con “uno sguardo imparziale”: l’esito regala ad un lettore come me una nuova, inesplorata, prospettiva del mondo del basket USA, troppo spesso visto solo come ricoperto di rose e fiori. Non è così; non lo è mai stato. Niente però serve a spiegare meglio le cose di un resoconto completo della realtà dei fatti: in questo, c’è da dire, Eldon Ham è un maestro.



Ecco un estratto dal capitolo:



“Il complotto del tetto salariale”



“Quando Minnesota scelse il rookie Kevin Garnett, che proveniva dall’High School (e poi firmò un contratto record di 126 milioni di dollari), Garnett non solo si conquistò le copertine, ma attirò anche l’attenzione di tutti i proprietari Nba, i quali finalmente capirono a che punto erano arrivati: alla perdita completa del controllo. Nessuno – forse nemmeno i proprietari stessi – è in grado di ripercorrere con sicurezza la genesi del lockout e del braccio di ferro dei proprietari, avvenuto nel 1998; ma si potrebbe scommettere sul fatto che, il giorno della firma del contratto di Garnett, avvenuto nei primi giorni dell’autunno 1997, un missile economico le cui onde d’urto arrivarono direttamente ai portafogli dei signori del gioco si abbattè sulla lega.”


venerdì 13 novembre 2009

Pagine di Basket___3







- Ora parliamo di due libri sorti dalla maestria di un medesimo autore: Christian Giordano. In collaborazione con il grande Ricky Morandotti e la sua collana “Libri di Sport”, ha pubblicato dapprima una biografia intitolata Michael AIR Jordan (1999) ed in seguito ha dispensato lezioni di storia cestistica con Centodieci storie di basket: Grazie, Dottor Naismith! (2001).

Il volume riguardante Sua Maestà è stato anche il primo libro sulla pallacanestro che io abbia letto per intero. Avevo 11 anni all’epoca, MJ aveva da poco regalato al mondo THE SHOT versione 1998 (quello originale infatti non è nemmeno il famoso “Here's Michael at the foul line, the shot on Ehlo...good! The Bulls win!”, anno 1989 vs Cleveland, ma il canestro vincente della finale NCAA 1982 tra UNC e Georgetown) e ai miei occhi nessun altro si poteva nemmeno avvicinare al numero 23. Grazie all’attuale redattore di Sky Sport 24, invece, ho avuto la possibilità di conoscere Jordan sotto ogni sua veste e di venire finalmente a pieno contatto con quel mondo di cui MJ faceva parte.

Ogni nome nuovo che incontravo nella lettura diveniva automaticamente punto di partenza per una nuova ricerca e se magari di Patrick Ewing o Karl Malone qualcosa già sapevo in maniera approfondita, del “santone” Dean Smith, ad esempio, non possedevo grandi notizie, se non qualche ricordo sparso di frasi pronunciate durante le telecronache degli incontri su Tele +. E’ stato dunque una sorta di primo bacio, il mio primo vero impatto con la letteratura cestistica, difficile da scordare soprattutto per la grande capacità dell’autore di rapire l’attenzione del lettore: Giordano non sarà uno scrittore-artista come Buffa, ciononostante ha la meravigliosa capacità di raccontare senza mai annoiare, facendo scorrere le parole una dopo l’altra in una sinfonia unica, simile nel risultato al lavoro degli incantatori di serpenti.

Del 23 inoltre è anche difficile riportare perché si rischia di cadere nel banale, nel “già detto mille volte”, ma non è certo il caso del “nostro”: quando un paio di anni dopo infatti mi tornò la voglia di riassaporare il mito di Sua Maestà, la lettura fu di nuovo tutta d’un fiato. Questa seconda volta poi riscoprii un particolare a cui nella prima diedi poco credito: il Jordan “behind-the-scenes” [La virgolettatura è presa dall’edizione americana del The Jordan Rules di Sam Smith, libro che considero come una sorta di approfondimento della biografia di MJ, raccontato in questo caso soprattutto dal punto di vista dell’uomo anche, se non soprattutto, con tutte le sue debolezze (“an intense, fascinating portrait of the incomparable Michael Jordan”)]. Alla resa dei conti dunque, una biografia degna della grandezza di Michael Jeffrey Jordan.

Ecco un estratto dalla presentazione dell’opera:

“Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che un ragazzino di campagna del North Carolina, che a 15 anni non faceva nemmeno parte della prima squadra del suo liceo, sarebbe diventato la massima icona dello sport mondiale. Di tutti gli sport, di ogni tempo, di qualsiasi Paese.

Un uomo che non sembra più essere tale. Un mito che cammina, una macchina da soldi senza precedenti. Un giocatore sensazionale per il quale, da anni, non esistono più aggettivi né iperboli atte a descriverlo. Un atleta che ha saputo trascendere gli angusti confini dello sport, del tifo, della razza. Per tutti, ormai, è solo e semplicemente “Michael”. Il cognome è diventato superfluo.”

La successiva fatica di C.G. (un regalo per le 110 candeline spente nel 2001 dal Basket USA) è invece un viaggio nella storia della pallacanestro dalle sue origini, anno di grazia 1891, attraverso le molteplici rivoluzioni (Angelo “Hank” Luisetti e l’invenzione del “jump shot”, Danny Biasone e l’idea dei 24”), fino a squadre, giocatori e personaggi che hanno reso questo Gioco, il più bello e divertente al mondo. Ogni episodio, appassionante, divertente e a volte ai limiti dell’incredibile, racchiude l’essenza del basket a stelle e striscie, che da sempre convoglia mistero e leggenda sotto lo stesso tetto. A mio parere, un libro indispensabile per chi ama questo meraviglioso Sport.

Ecco un estratto dalla prima storia della “Parte Prima”:

James Naismith, l’inventore del basket : “Il Gioco del Dottore”

“A differenza del baseball, il cui inventore è ancora oggi argomento di discussione, il basket fu indiscutibilmente la creazione di un solo uomo, il dottor James Naismith. L’invenzione risale al lontano 1891 e, secondo alcuni, fu ispirata dall’antico gioco del pok-ta-pok, diffuso fra gli indiani Maya. Il pok-ta-pok consisteva nel far passare una piccola “palla” attraverso un cerchio di pietra appeso a una parete di roccia. Naismith però ha sempre negato d’essersi in qualche modo ispirato al gioco centroamericano. E’ più probabile che l’idea derivi, almeno in parte, dal Duck On A Rock, un gioco che si fa da bambini in America: i ragazzini provano a buttare giù dalla cima di un masso un sasso delle dimensioni di un pompelmo tirandogli contro dei sassolini più piccoli.

Ancora oggi pochi sanno che l’ideatore di questo grande sport americano era un… canadese […]”


Pagine di Basket___2




- Nella corsia successiva ci metto Il Taccuino di Dido Guerrieri (a cura di Massimo Turconi).


Premessa: una mente, un’intelligenza, una memoria e, in sostanza, una figura come quella di Giuseppe “Dido” Guerrieri da Civitavecchia non le ho mai incontrate prima e sono sicuro che non ritroverò più sul mio cammino. Un pozzo di scienza in carne ed ossa. Ogni singola volta che l’ho incontrato, ho ascoltato le sue storie, ho letto i libri che mi ha regalato, ho parlato con lui, mi è sembrato di viaggiare nelle viscere della storia del basket: un’esperienza unica e arricchente.


“Il Taccuino” corrisponde in pratica alla raccolta di tutti gli articoli comparsi, dal 1978 al 1991, sul Superbasket di Aldo Giordani sotto l’omonima rubrica firmata dalla penna dell’Eternauta. Ogni punto di vista della sua vita (di allenatore e uomo) è toccato e la “prosa” che ne viene fuori dimostra la schiettezza, l’acume ed il bagaglio culturale in possesso dell’ex coach (anche) della mia Torino, quella dei tempi d’oro. Gli aneddoti si sprecano, idem dicasi per citazioni e considerazioni (pure su temi scottanti) ed un altro protagonista della compilazione è il suo gatto di casa, Silvestro, un “filosofo”, che non soltanto parla ma tratta di basket divinamente, fino alla sua dolorosa scomparsa. In fondo comunque, riuscire a spiegare un’opera del genere rasenta l’impossibile e l’unico modo per risolvere il problema è leggerla tutta dal principio, attraversando Sesto San Giovanni, Milano, Roma, Bologna, Torino o Seattle sempre in intrepida attesa, l’attesa del conoscere e del sapere, ma soprattutto mai indossando qualcosa di viola (porterebbe sfiga... grazie Dido).


Nota a margine: non lasciatevi ingannare dalla datazione arretrata, le parole dell’immenso Prof. “stay eternal”. Ecco quindi un estratto, penso significativo, da uno degli articoli composti nel 1983:


“Eternauta per vocazione”


“Nuovi universi umani da incontrare, mostri da sfuggire, oasi dove approdare. Anche la Slobbovia ha una sua orrida bellezza, ma anche Fogar è partito per il polo per esplorarlo, per stare là un po’, ma poi (lui spera ed io con lui) tornare. Dunque l’eternauta si prepara spiritualmente a lasciare la Slobbovia; partirà, lo saprete (e lo saprà lui stesso) in primavera, se ancora, come si spera, la primavera riapparirà fra noi.”


[ndr. Fogar, Ambrogio: esploratore; Slobbovia: sta a voi scoprirlo…]


Pagine di Basket___1




Per chi vuole leggere di basket, farsi… “un po’ di cultura cestistica”, ecco alcuni dei libri che ho divorato, visto, sfogliato, amato, apprezzato e portato in giro per il mondo…


- In cima, punto di riferimento assoluto, c’è la trilogia sportivo-letteraria a cura di Federico Buffa: Black Jesus, Black Jesus 2, Black Jesus – The Anthology. Non vorrei sembrare blasfemo, ma a mio parere una “Bibbia della pallacanestro”.


L’ “Avvocato”, come è noto, rappresenta la metà artistica e aneddotica (ma non solo…) della fantastica coppia di telecronisti “Tranquillo&Buffa” ed è per molti (me compreso) autentico personaggio di culto dell’ambiente cestistico made in USA. Buffa possiede un incredibile “cervello” per questo meraviglioso sport di cui riesce a raccontare ogni minima sfaccettatura in uno stile originale ed incomparabile. Tra le altre cose è anche uno sfegatato tifoso milanista, come il sottoscritto, ed è spesso e volentieri voce di commento anche all’interno di specifici programmi in onda su Milan Channel. Insomma, riassumendo: come lui non ce n’è. La trilogia comprende racconti su personaggi incredibili, eventi che (non) hanno cambiato la storia di questo giochino, pieghe sorprendenti del magico mondo americano ed ognuna di queste narrazioni è documentata e riportata tramite i cavilli dell’esperienza diretta o con il più basso dei “gradi di separazione”, interagendo con persone o luoghi che hanno vissuto appieno il fatto/tema in questione. Fulcro di tutto, meglio non scordarselo mai, resta il pallone a spicchi, il migliore e il più fedele degli amanti.


“Black Jesus” è dedicato a tutti coloro che amano non solo la realtà dei fatti ma anche la loro potenzialità artistica ed immaginativa. Chi non condivide, prego astenersi.


Un estratto dal capitolo dedicato a


Raymond Lewis: Il più grande che non sia mai esistito”


“In fondo a South Central, a partire dalla fine degli anni Sessanta, iniziava il principato di Raymond Lewis, l’uomo che faceva piovere (“Make it rain, Ray Lew, make it rain”). La leggenda parla chiaro: “The greatest who never was”, il più grande che non sia mai esistito.


Chissà perché le leggende dell’asfalto americano non muoiono mai nei giorni normali. Earl Manigault chiuse gli occhi assieme a Frank Sinatra, Rey Lew ha lasciato scivolare l’ultimo pallone il giorno che Allen I ha stretto forte il suo primo trofeo da MVP all’All-Star Game. Correva l’11 febbraio 2001. Ogni paragone con Ive è assolutamente non casuale. George McQuarn, che allenava Lewis a Verbum Day, […] ha sempre ricordato a tutti che il Principe era nella categoria di Allen I. No, un momento. Più forte.


[…] Chi lo ha visto dice che trattava la palla molto meglio di gente che aveva anelli Nba al dito e il rapporto tra difficoltà e distanza di tiro era da intendersi così: tirava da 4 metri come gli altri da 2 e pare fosse lecito proseguire la proporzione con le cifre 10 e 5.


[…] Una mattina Marques Johnson, ex Crenshaw HS e UCLA, vide un 40enne in pantofole, annoiato dagli eterni tempi fotografici, isolarsi con un pallone. Pioveva anche quel giorno. Fate 15 in fila.”

giovedì 12 novembre 2009

A "casa" del Mazza...









(Nelle due foto al di sopra della bandiera uruguaiana: Kyle Lamonte, sx, e Will Caudle, dx)

Fortunatamente (?) mi è capitato di vedere un incontro della “Liga Uruguaya” tra Club Atletico Aguada e Atenas. Per chi osserva con occhi europei, il clima appare fin da subito irreale: si gioca su di una superficie difficilmente avvicinabile al concetto di parquet nel senso classico e dalla combinazione di colori decisamente improponibile (un paio di tonalità di marrone, sezioni verdi-rosse in onore ai colori sociali, più strisce arancioni, bianche, blu e gialle); le luci sembrano un (bel) po’ bassine e difficilmente credo sia colpa del collegamento video tra due continenti così distanti; il lancio dei rotoli di carta, che sta ad indicare l’importanza emotiva del match, probabilmente un derby, è tutt’altro che breve e ricorda una scena del film “300” in cui il cielo si oscura a causa delle frecce sparate dai persiani in direzione di Leonida e dei suo valorosi spartani (che cuore, ragazzi!); le curve, “calienti” in pieno stile sud americano, sono protette da reti che rimandano e fanno decisamente pensare alle gare di ”handball”: infatti il palazzetto non è quello ufficiale (Estadio Aguatero: 3738 posti di capienza), come deduco da una breve ricerca sul web, ma è il rinomato Cilindro Municipal di Montevideo (circa 18000 seggiole a disposizione), sostanzialmente il fulcro dello sport indoor uruguagio e luogo maggiormente idoneo per ogni big match degno di tal nome. Insomma, l’Nba e gli Stati Uniti sono solo lassù ma qui è un altro mondo.




Dopo poco intravedo i due quintetti e subito mi viene da pensare ai giocatori uruguaiani che hanno fatto fortuna dalle nostre parti: il non entusiasmante Mauricio Aguiar (pescato da Biella quando era ancora membro dell’Atletico Cordon, poi tanta Legadue con Sassari, Novara, Livorno e da due stagioni a Cremona, con cui ha conquistato la promozione nella massima serie sotto il nome di Soresina), Esteban “La Bestia” Batista (clamoroso rimbalzista, e non molto altro, originario di Montevideo come Aguiar, primo giocatore uruguagio di sempre a vestire una casacca Nba, Atlanta Hawks nello specifico, ed in seguito girovago in Europa tra Maccabi, Triumph Lyubertsy e attualmente Fuenlabrada) e soprattutto Nicolas Mazzarino, il “Cardinale” per dirla alla Casalini, il “Capitano” per tutti a Cantù (natìo di Salto, cresciuto cestisticamente nella capitale, transitato per tre stagioni a Reggio Calabria dove ha attirato la stima di Bruno Arrigoni che l’ha voluto in Brianza per le sue caratteristiche di tiratore favoloso, difensore dal cuore infinito e leader innato). Una mezza idea mi sobbalza sempre nella capoccia: chissà che tra i compatrioti dei suddetti tre che si preparano a disputare l’incontro non sbuchi un “neo-Mazza”.




La gara quindi prende il via. Difficile fare un confronto tra il livello italiano e quello locale (siamo forse ad una Legadue di medio-basso livello?), ma è evidente come tutto ruoti intorno al doppio straniero (in questo caso solo statunitensi) e al tiro da 3: ogni personaggio sul campo è un potenziale tiratore e chi ha spazio non ci pensa più di un decimo di secondo a prendersi una “trrrrrrriple”. Unica eccezione è il play dell’Atenas, Daniel Rivero, che al termine sarà l’assoluto protagonista di serata (30 e 9 falli subiti) e che intanto varia notevolmente le soluzioni, mettendosi sì in proprio ma andando anche sovente in area dai due lunghi USA (Will Caudle, da Xavier, buono in attacco, 20 alla fine, ma poco propenso ad andare a rimbalzo, 2 totali; e tale Elgrace Wilborn da Western Kentucky, l’esatto opposto del collega, 14 “rebotas” alla sirena più 4 stoppate, ma in ogni caso possessore di un nome, a mio parere, rasentante l’inimmaginabile e che conferma la clamorosa fantasia in dote agli abitanti di quel pianeta chiamato Stati Uniti). Qualche giocatore spicca per doti fisiche non esattamente da culturista e c’è pure un rosso che assomiglia in tutto e per tutto a Brian Scalabrine di Boston, differenziandosi solo per la mancanza della fascetta tergisudore in fronte (cosa che gli avrebbe regalato qualche stellina in più alla voce “idolo”): il Brian “de noantri” però non si vede quasi mai e le sue comparsate arrivano quasi esclusivamente al termine dei time-out dove, padrone della scena, è sempre inquadrato in procinto di assettarsi. Ci sta pure questo.




Sul finire della seconda frazione, con l’Atenas in discreto controllo, si sveglia il dominatore statistico della Liga: mister Kyle Lamonte, guardia sull’1.90 da Southern Miss che fino a questa gara ne metteva 30.9 ad allacciata di scarpe con 38 di valutazione media. In un amen Lamonte (trentello d’obbligo al termine) infila due bombe che fanno il paio con quella del play Francisco Cabrera: il telecronista, impazzito, urla a squarciagola (“TRRRRRRRRRRRRRRRIPLEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE”) come ogni buon commentatore ispanico dopo un goal in una partita di calcio; i due realizzatori esultano in stile Tardelli ed il sorpasso+allungo è servito. Tuttavia, sulla sirena precedente l’intervallo lungo, l’aletta Pablo Clerici (il metronomo di squadra) infila in torsione i tre pezzi del -2: niente coreografiche esultanze, non si sa mai, meglio non rischiare…




I restanti 20’ scorrono sui binari dell’equilibrio, fin quando Rivero e Caudle, ad 1’ e mezzo dalla sirena finale, non costruiscono un mini break capace di spingere “les alas negras” ad un decisivo +4. Di lì in poi, i viaggi in lunetta del play e i problemi di Lamonte a costruirsi un tiro, chiudono definitivamente il match, facendo così coincidere l’aggancio alla vetta dell’Atenas con la chiusura di una serie di sette vittorie consecutive da parte dell’Aguada. Terminato l’incontro la curva ospite ci va di invasione di campo, entusiasta e pacifica, neanche fosse una gara 7 di finale. Il telecronista conclude, discretamente mogio e con la voce che va e viene, la telecronaca, dando appuntamento al prossimo turno di campionato (nota personale: adesso però non esageriamo… ).


E’ tempo di staccare, anche se in fondo già un paio di ore prima mi ero schiodato dalla monotonia del “nostro” mondo. Mi si stanno chiudendo gli occhi ma ancora penso che come il basket proprio non ce n’è: eh si Phil (Jackson ndr), “more than a game”.


P.S.


Nella Liga gioca anche l’ex scafatese Dillon Sneed (19+11 al Defensor Sporting Club)… Comunque non indimenticabile nel suo soggiorno in Italia.

Ah dimenticavo:

253lbs / 115kg
Born: Feb.26, 1982
Full name: William Oneal Caudle
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Outlook:
He is a strong inside player with nice hands and a good shooting touch. He is extremely athletic and can get to the hoop off the dribble. He goes by the nickname of Big Will. Caudle is tough as nails. During a game in high school, he shattered a backboard and cut his hand. After getting it taped up, he went right back into the game with about 20 glass cuts all over his hands. Bob Wenzel of ESPN had this to say about Will: “Caudle plays hard.
He is a very enthusiastic guy. It’s hard to find that in big people sometimes. He is physical, gets after it and plays 100% on every play.”


Kyle Lamonte

Height/Weight: 6-3/185 Hometown: Davenport, Iowa

College: Marshalltown CC; Southern Miss Position: Guard

Overview
A junior college transfer who could battle for time at the point guard position ... Also has the versatility to play in the shooting guard slot ...
A good defender who utilizes his size and strength to be physical ... An aggressive player who can rebound the ball well.

Junior College:
A two-year standout for Coach Denny Aye at Marshalltown Community College ...
Led the team to a 25-9 record as a sophomore ... Averaged 9.9 points and a conference-leading 4.4 rebounds per game ... Also had 1.6 steals per game ... Tabbed as an NJCAA Region XI Honorable-Mention selection.

Prep:
Averaged 16.5 points per game for Coach J.D. Rios at Davenport North Prep ... Also averaged 5.5 assists, five rebounds, and 1.5 steals per game ... Helped lead the team to a 13-12 record and an appearance in the Iowa High School Athletic Association state tournament, advancing to the quarterfinal round ... Named second team all-conference and all-district ... Participated in the Iowa vs. Illinois All-Star game ... Earned three letters in basketball.

Personal:
Son of Melvin and Barbara Williams ... Majoring in coaching and sports administration ... Born Sept. 7, 1984.

“Kyle probably could have scored over 25points per-game in the ESL event but he picked his spots perfectly and looked more like a leader. He is a very athletic combo guard who can do it all and has the talent to play at the highest level in Europe.” – Eurobasket.com




lunedì 7 settembre 2009

Alphonso Ford's Story I° Parte




“Alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia, questa è la verità. Sono nati liberi e liberi devono essere … e quando volano via ti si riempie il cuore di gioia perché sai che nessuno avrebbe mai dovuto rinchiuderli” [dal film LE ALI DELLA LIBERTA‘ - The Shawshank Redemption]


Chi pronuncia queste parole è uno dei più grandi attori delle ultime quattro/cinque decadi, Morgan Freeman, per l’occasione vestito coi panni del carcerato nella prigione di Shawshank, Ellis Boyd Redding, per tutti “Red“. Nella pellicola, la metafora riassume sostanzialmente l’intera trama riferendosi direttamente al protagonista Tim Robbins, alias Andy Dufresne, innocente, oppresso dal sistema ma infine vincitore, perché lui è uno di quegli “uccelli”. “Free at last” sentenzierebbe Tupac Shakur. Freeman (mai cognome fu più azzeccato in rapporto alla citazione), che sotto la regia di Frank Darabont spara pillole di verità assoluta, soprattutto in versione voce narrante, è originario di Memphis ma durante la giovinezza visse abbastanza a lungo in una cittadina di nome Greenwood che anni dopo regalerà al basket europeo una brillante ed indimenticabile perla nera di nome Alphonso Ford. Ecco, lui non era fatto per questa “gabbia“, lo posso garantire.


Il lascito che Ford ha concesso a tifosi ed appassionati prima di prendere la sua strada, sta tutto in quei brevi ma folgoranti decimi di secondo che trascorrevano dal rilascio della palla a spicchi fino allo “swish” semi – automatico con cui si concludeva la parabola della stessa. Il tempo di un respiro ma goduto in ogni sua molecola d’ossigeno. La grandezza di “Fonzie” non era dovuta esclusivamente alle mirabili doti da bombardiere, anzi. Ogni movimento era impregnato della sua signorilità e classe, di quell’aura da baronetto creata forse non casualmente dai baffetti che pareva riuscissero a raddoppiare l’intensità di ciascun sorriso.


Proprio il suo riso riusciva magicamente a mescolarsi poi con un fisico da body builder oppure, visto il cognome, da “Ford Mustang”: dinamicità, eleganza, possenza e potenza. Un cocktail raro in una guardia di 192 centimetri (anche se dal vivo, una manciata erano abbondantemente estraibili) per quasi 100 kg, la cui sintesi estrema stava nell’ammorbante delicatezza del tocco: come la “buttava” dentro Alphonso erano in pochi a permetterselo. Uno spartito variegato ed infinito, dalle triple alle penetrazioni, dall’arresto e tiro al gioco in post basso, fino all’amica riga di fondo, con la sconquassante massa muscolare che faceva il resto. L’Nba l’aveva scartato proprio per le sue caratteristiche fisiche ed atletiche: allora grazie, perché altrimenti non l’avremmo mai goduto così a fondo.


E’ il 31 ottobre 1971 quando tutto ha avuto inizio. Le radici di Alphonso Gene Ford si situano per l’appunto a Greenwood nel “Magnolia State”, il Mississippi, a metà della strada che congiunge Greenville (dove il Mississippi, fiume stavolta, si mostra come il frutto coreografico e arzigogolato del genio di qualche artista e dal cui delta gli abitanti dell’area prendono il soprannome di “deltans”) con Starkville, ad est della quale si staglia il campus di Mississippi State University (che al mondo del basket ha donato soprattutto Jeff Malone, 12 anni di vita spesi in doppia cifra abbondantissima tra Washington, Utah e Phila; Erick Dampier, attuale centro dei Dallas Mavericks ed ex non proprio indimenticabile di Golden State; e il problematico ma unico Dontae’ “cavallo pazzo” Jones, che fu il simbolo della promozione in serie A della Pompea Napoli nel 2001/2002, salvo risultare positivo all’assunzione di metaboliti di Thc (cannabis) l’anno successivo, in seguito ad una gara di campionato archiviata con 27 autentiche perle a referto contro la Scavolini Pesaro, la società che nel giro di due anni materializzerà l’arrivo di Ford nelle Marche). Un giorno non ben precisato della sua infanzia, Al si ritrovò faccia a faccia con un pallone da basket e capì fin da subito che l’amore a prima vista esiste ed è un qualcosa di trascinante, una forza misteriosa che dopo averti catturato non ti abbandona più. Il pupo apprende in fretta e allo sviluppo fisico, accompagna anche una notevole crescita tecnica con un “surplus” non da tutti: la percezione costante che in quel cesto di “bocce” se ne possono infilare realmente due. Senza troppi soldi a disposizione ma senza nemmeno particolari pensieri per la testa, il giochino si tramuta ogni giorno di più in una ragione di vita.


Siamo a metà degli anni 80’ ed è giunta l’ora, per il giovane figlio di Albert e Matilda Ford, di scegliere l’High School cui prestare i propri servigi scolastici e sportivi: facile, si va alla locale Amanda Elzy HS, distante non più di un miglio dalla verdeggiante Main Street, la via centrale di Greenwood. Tra le varie ragioni ne sbuca anche una cestistica.


Nella sezione Basketball del liceo è infatti da poco annoverato il nome di Gerald Damon Glass, cui il tempo affibierà l’appellativo di “World Class”: guardia dalle spiccate doti realizzative, Gerald si apprestava (proprio nel 1985) ad entrare alla Delta State University, dopo aver chiuso alla grande la sua formazione liceale; discreta la prima annata , da cineteca quella successiva, conclusa oltre i 26 di media ad allacciata di scarpe, il che gli vale un biglietto di sola andata per la University of Mississippi, “Ole Miss” per tutti. La grandine non smette di venire giù ed anzi, con la casacca dei “Rebels”, Double G entra a pieno titolo nella storia. Il 3 marzo 1989, al Tad Smith Coliseum, si sfidano Ole Miss e Louisiana State University, comandata dalla super stella Chris Jackson, un autentico manuale vivente del gioco affetto dalla sindrome di Tourette che anni dopo incanterà anche Roseto e l’Italia intera sotto il nome di Mahmoud Abdul – Rauf. Sarà stata l’acqua o l’aria ma quella divenne la sera giusta: i presenti all’incontro infatti si poterono schiodare dalle seggiole solo dopo 45 intensissimi minuti, che videro Glass & co. spuntarla per 113 – 112 senza la benché minima cura delle coronarie dei suddetti astanti. Direte – “non è poi così strano!”. Ok, allora aggiungiamo che in QUELLA serata “World Class Glass” sverginò 53 volte il ferro, mentre “Chris ma tra un po’ Mahmoud” esplose (e rispose) con altri 55, sparati con addosso ancora la nomea di freshman… Tripudio, leggenda e record infranti “in the perfect night”. Geraldo in seguito verrà scelto al n. 20 dello stesso draft di Toni Kukoc e Stefano Rusconi da Minnesota; dopo sette stagioni di gregariato Nba, giungerà perfino una chiamata italiana da parte della Jcoplastic Napoli di serie A2: anno di grazia 1994/95 ed anche allora si andò di beneficiata ogni singola sera, con le perle del doppio 38 rifilato alla Polti Cantù e alla Juve Caserta, più i 39 sparati al Menestrello Cervia di un giovanissimo Scarone, Nino Pellacani, Larry Middleton e Zanus Fortes. Ah già, era anche l’anno in cui Carlton Myers distrusse con 87 punti la Libertas Udine…


Chiusa parentesi, Glass (che oggi allena proprio la squadra della sua ex HS) era tuttavia già una figura modello all’epoca di Amanda Elzy per i giovani di Greenwood e tra questi, come detto, non tardò ad arrivare il suo successore nella persona e nel sorriso contagioso del “nostro” Alphonso. Il playground, il canestro all’aperto l’avevano cresciuto indicandogli la via, ora però aveva inizio un altro mondo. A vederlo in viso Al sembra più maturo degli altri compagni e cosi anche il suo gioco, già di un altro livello: tutto gli viene facile e al liceo “starreggia” alla grande. Cresce specialmente sul piano offensivo, affinando il tiro, la velocità nell’ 1vs1 e la capacità di chiudere nel traffico, così qualcuno inizia a mettere il nome “Ford, Alphonso Gene” sul taccuino. Arriva l’anno da senior e perciò anche il tempo di prendere una nuova decisione. In zona era personaggio di culto tale Lafayette Stribling, rinomato coach/educatore della Mississippi Valley State University e amante della filosofia per cui “tre son meglio di due sempre e comunque”: in sostanza più si segna, più ci si diverte e meglio si sta. Alphonso e famiglia apprezzano: la SWAC (Southwestern Athletic Conference) in cui giocherà il figliol prodigo è discretamente competitiva anche se non eccelsa, il college è notoriamente una “black university” e la vicinanza del campus a Greenwood (circa 8 miglia) non guasta. Fatta. Alphonso sale al piano successivo e coach “Strib” a momenti crederà anche di aver pescato un moderno Pete Maravich, non per la creatività e l’estro ma per quella perizia nel mettere punti a referto che permise al compianto “Pistol Pete” di chiudere a 44 di media un’intera stagione collegiale. Si dice che negli Stati Uniti fino ai 21 anni puoi fare poco o nulla, ad ogni modo il diciottenne “Fonzie” asfalta i diretti avversari con facilità disarmante e da freshman ne mette 29.9 ad allacciata di scarpe, comprese 104 bombe nelle 27 gare disputate (quarto di tutti i tempi nella speciale classifica capitanata, dallo scorso anno, da Stephen Curry di Davidson University) e 51 punti in febbraio contro Texas Southern. E’ un novellino ma ognuno lo segue, perché leader si nasce. Il secondo giro di roulette fa spavento: 32.7 punti di media in 28 uscite serali (secondo in tutta la nazione dietro Bo Kimble di Loyola Marymount, compagno ed amico fraterno di Hank Gathers, uno dei più grandi prospetti dell’epoca morto sul campo circa tre settimane dopo l’exploit di Ford vs TSU) e qualsiasi record dei Delta Devils, riguardante tiri o punti, disintegrato. Ora anche la Nba butta un occhio su quel ragazzotto del Mississippi dalle poche parole ma dal grande sorriso. Le successive due stagioni, poi, il team cresce di livello e pur abbassando le sue medie realizzative (rispettivamente 27.5 e 26), Al riesce a vincere la SWAC: tutto ciò che era in grado di fare l’aveva portato a compimento e i 3165 punti accumulati diventano il quarto miglior risultato nella storia della Division I Ncaa. Nella “Senior Night” si congeda non solo da coach Stribling e tifosi ma anche da casa sua, perché ormai il volo è iniziato.


Con credenziali di simile portata, gli viene riservato un posto al draft Nba del 30 giugno 1993, lo stesso di Marcelo Nicola e di C-Webb: a sceglierlo al secondo giro sono i Philadelphia 76ers, con la pick n. 32. Qualcosa non quadra fin dal training camp e dopo spiccioli di partite, il 3 novembre viene rilasciato. L’anno nuovo, che l’ha visto scollinare oltre i 22 con la casacca dei non indimenticabili Tri-City Chinook della Cba, gli regala un’ulteriore chance, stavolta ad “Emerald City”: la sorte però non accenna a cambiare nemmeno a Seattle e lo stesso accadrà prima a Los Angeles, sponda Clippers, poi nuovamente nella Città dell’Amore Fraterno, così l’unica valvola di sfogo resta la Cba, che peraltro domina con nonchalance. Tra una balla e l’altra sono comunque trascorsi due anni dall’ingresso di Al nella Lega e a quanto pare, quella nostalgia che spesso si dice attanagli i giocatori provenienti dalle lande del Mississippi sembra aver colpito anche il giovane Ford. A volte tuttavia, semplicemente non comprendiamo appieno con chi abbiamo a che fare: cuore e orgoglio fanno rima con Alphonso. Qualche giorno passato a Greenwood, il tempo di riflettere e prendere fiato, poi: “fai quello che devi” gli hanno detto i genitori. Preparate le valigie Al riprende il suo volo, direzione Spagna, dove trova un ingaggio all’ SD Peña Huesca (in Aragona), squadra che fu anche del grande Rimas Kurtinaitis. In Europa, dove al carattere e ai sentimenti di una persona viene data maggiore importanza rispetto al “business’ world” americano, Alphonso Ford si dimostra per quello che è veramente: un ragazzo semplice, perennemente disponibile ed educato, mai altezzoso e con quella peculiarità del saper giocare a basket divinamente che in fondo unisce tutto e tutti. Come biglietto da visita infatti manda in archivio sui 25 punti ad uscita; ciononostante, i radar dei migliori club del continente non si accorgono di nulla e così “Fonzie” è costretto a compiere un altro viaggio “minore” che lo conduce in Grecia, al Papagou inizialmente e allo Sporting Atene poi. Cambiano i colori delle canotte ma non quello dello Spalding e per Alphonso riempire le caselline dei referti rimane un automatismo: al primo impatto è subito il top scorer in terra ellenica. Il vento, che lo ha sbalzato di qua e di là come fosse un neo – Ulisse, sembra improvvisamente cambiare i suoi progetti e tranquillizzarsi proprio nelle vicinanze della dimora del suo mitico padrone, il dio Eolo. Alphonso compie il mestiere con la consueta classe e finalmente il Vecchio Continente scopre, in una delle sue miniere più prolifiche, una perla nera forte come un toro ma aggraziata e risoluta come una pantera che a più di 10000 km dal nido natale riassapora l’aria di casa.


E’ il 1999 quando anch’io sento per la prima volta parlare di Ford, acquistato dal Peristeri, società ateniese in netta ascesa nel panorama cestistico nazionale e non. La classica news breve su Superbasket basta per inserire un altro nome americano nell’archivio mnemonico ma, se molti sono cancellati dal tempo, alcuni restano “senza fine” come direbbe Gino Paoli. Al ci mette all’incirca un giorno per entrare nel cuore dei tifosi gialloblu senza mai più uscirne; il Peristeri mi sta simpatico a pelle vista anche la combinazione di colori identica a quella dell’Auxilium Torino (casa mia sostanzialmente) e Ford, che sceglie il 10 come numero di maglia, quello dei fantasisti di calcio, quello di Zvonimir Boban nel mio Milan, lo ammiro pure dal mero punto di vista dell’amante di statistiche quale sono.

venerdì 28 agosto 2009

Non c'è più religione...o forse si...


Miracolo ad Anversa, dove il Belgio degli "italiani" Dimitri Lauwers e Sam Van Rossom, di Axel Hervelle e DJ Ilunga Mbenga sconfigge "les Bleus" per 70 - 66. C'erano una volta le gerarchie... L'Italia non ha nemmeno di che mangiarsi le mani perchè semplicemente è giusto così... E' giusto che all'Europeo in Polonia (al posto nostro) ci vadano squadre come la Macedonia e la Bulgaria, le quali meritano tutto il rispetto di questo mondo ma fino ad un paio di anni fa erano difficilmente scovabili ad occhio nudo sulla mappa del basket continentale d'elite... E' giusto che chi ha saputo programmare, adattarsi e crescere (vedi ovviamente la Spagna), in questi anni abbia raccolto, stia raccogliendo e raccoglierà i frutti sperati, quelli più pregiati... E' giusto, da sempre, che venga prima il gruppo che non i singoli; che l'atletone non sia necessariamente più utile dell' "operaio del parquet"... E' giusto che uno come Lauwers diventi "idolo" anche solo per qualche minuto, ora, giorno dopo la commovente bomba segnata sul 67-66 a spiccioli dalla fine... E' giusto cambiare quando ormai si è constatato che il giocattolo non funziona più: per ricostruirlo bisogna prestare attenzione anche al minimo particolare, si deve fare un'analisi attenta del problema e scegliere ciò che è meglio per l' "oggetto", non per il "soggetto"... Resta la speranza come sempre, ma intanto inziamo ad alimentarla con i fatti...
P.S. La Francia ora deve vincere in "casa" con uno scarto di almeno 5 punti per conquistare l'ultimo pass per l'Eurobasket...Più probabile che ce la faccia che non il contrario, ma intanto onore al Belgio e all'esempio di grande cuore che stanno dando... I Love This Game...

giovedì 27 agosto 2009

Eurolega 2009/2010


Al tempo dei grandi filosofi greci, Atene era considerata il crocevia e fulcro del mondo conosciuto; oggi non è più esattamente così ma se vuoi vincere l’Eurolega, di lì stai pur certo che devi passare. Si inizia da dove ci eravamo lasciati al termine della scorsa stagione, cioè con Zelimir Obradovic e i verdi del Panathinaikos ad alzare l’ambito trofeo targato “devotion”. Poco è cambiato in un roster già quasi illimitato: le uniche partenze di Dusan Kecman, Nikos Chatzivrettas e Dusan Sakota (oltre al ritiro già noto da tempo ma ora ufficiale del grande Fragiskos Alvertis) sono state rimpiazzate senza troppi fuochi d’artificio ma con la consapevolezza che un anno in più di amalgama per questa squadra può bastare per dar vita ad uno storico “back-to-back”. Le acquisizioni vere e proprie sono state due e rispondono ai nomi, assai intriganti, di Nick Calathes (play/guardia dell’ 89’, mezzo greco e mezzo americano proveniente da Florida University) e Milenko Tepic (ala piccola serba di enorme classe, prelevata dal Partizan Belgrado); inoltre, Obradovic ha chiamato alla sua corte un ulteriore prospetto greco, il ventenne Giorgos Bogris, un 2.08 ex Ilisiakos e nel giro delle nazionali giovanili già da qualche anno. Il mercato non è comunque ancora chiuso e un colpo a sorpresa del Pana non è da escludere; intanto però se si sfoglia la rosa e si leggono i nomi di Jasikevicius, Spanoulis (MVP della passata Eurolega), Diamantidis, Nicholas, Fotsis, Perperoglu (atteso ad un’annata esplosiva), Pekovic (idem come sopra) e Batiste, l’idea che dal Pireo bisognerà ripassare, presto o tardi, permane.


Anche solo spostandosi di qualche chilometro, perché tra le favorite ci sono pure i “cugini” dell’Olympiakos che, di norma, in estate tendono a fare le cose in grande. Ad oggi le uniche conferme certe sono quelle di Ioannis Bourousis, centro in fenomenale ascesa che pare aver resistito alle sirene Nba, e Andreas Glyniadakis; la situazione dei vari Childress, Papaloukas, Vujcic, Teodosic, Halperim, Erceg (Panellinios ?) e Schortsianitis invece crea molti grattacapi, ma il tempo delle decisioni sta arrivando. Coach Yannakis tuttavia non ha troppi motivi per lamentarsi, viste le news di mercato riguardanti i biancorossi ateniesi: in linea diretta dal campionato pro statunitense sono infatti giunti Linas Kleiza (alona tiratrice lituana da Denver) e Von Wafer (protagonista lo scorso anno con la canotta degli Houston Rockets); da Malaga invece proviene l’atletica guardia/ala eritrea Thomas Kelati; infine c’è da constatare il “ritorno a casa” di Lukas Mavrokefalidis (ex Roma) e soprattutto l’interessante acquisto di Patrick Beverley, play classe 1988 che nella scorsa stagione ha scelto di saltare i restanti anni di college ad Arkansas per giocare al Dnipro, team ucraino non troppo rinomato. E’ comunque piuttosto ovvio che dalle prossime scelte del GM dipenderanno le sorti della squadra, in quanto non facile resta sopperire a partenze del livello di Lynn Greer (accasatosi al Fenerbahce Ulker), Giorgos Printezis (Malaga) e forse i nomi di cui sopra, mentre un po’ meno a quelle di Michalis Pelekanos (Maroussi), Devin Smith (Panellinios) e Jannero Pargo (Chicago Bulls).


Le cessioni e partenze hanno insolitamente caratterizzato anche i movimenti di mercato dell’altra finalista di maggio, il Cska Mosca. Impossibile non cominciare dai saluti ad Ettore Messina e David Vanterpool , con la panchina di conseguenza affidata al figliol prodigo Eugeny Pashutin, da una vita nella capitale russa. La città del Cremlino ha poi accolto dall’Unics Kazan il centro classe ’85 Dimitriy Sokolov e il ritorno di Anton Ponkrashov (play/guardia di 2 metri) e Nikita Kourbanov. Rumors di mercato sembrano non essercene e così vanno constatati gli addii ad Erazem Lorbek (l’ex Treviso e Roma, finito agli ambiziosi rivali del Barça), Terrence Morris (che farà compagnia a Lorbek in Catalogna) e Nikos Zizis (nuovo cambio di Terrell McIntyre a Siena). I punti fermi sono sempre gli stessi (Holden, Siskauskas, Langdon, Khryapa, Kaun, Planinic), compreso Smodis cui l’offerta del Real ha dato solo stimoli in più, ma per la prima volta negli ultimi tempi, la corazzata russa (a meno dell’esplosione definitiva di uno o più dei suoi talenti, leggasi Shved, Zabelin e Vorontsevich) sembra partire dai blocchi non con i favori del pronostico e questo, c’è da fidarsi, è un evento.


Tra le papabili alla vittoria ci sono poi necessariamente le spagnole, di cui si è trattato a fondo all’interno del mercato spagnolo. L’unica novità pare proprio essere l’ufficializzazione della cessione di Ricky Rubio al Barcellona, costretto a versare alla Joventut Badalona circa 3.7 milioni di euro di buyot. Il contratto, ricchissimo, legherebbe dunque il giovane fenomeno per 5 o 6 stagioni al club catalano con la clausola dell’ “Nba escape” dopo due: quello che si dice un colpo a sensazione.


Colpi del genere sono però stati messi a segno anche in terra turca. Fenerbahçe ed Efes Pilsen stanno difatti cercando di riportare nell’elite del basket la città di Isanbul e per farlo non hanno badato a spese. I giallo neri dell’Ulker hanno affidato il back court del quintetto alla coppia Lynn Greer – Tarence Kinsey (volto già noto da quelle parti, prelevato dai Cleveland Cavaliers) che affiancheranno conferme importanti come quelle di Gordan Giricek (ex Utah Jazz), Emir Predzlic (scelto al draft Nba ma voglioso di esplodere prima in Europa), Damir Mrsic, Mirsad Turckan (ex Siena) e Oguz Savas ma soprattutto il ritorno (ancora da ufficializzare, ma certo) di Will Solomon, idolo . Le partenze dei non molto rimpianti Marques Green e Devin Smith sono quindi state rimpiazzate nel migliore dei modi e per Tanjevic ci sarà sì molto lavoro da fare per trovare la giusta chimica, ma anche tanto da divertirsi.


Non da meno è risultata la off-season dell’Efes di coach Ergin Ataman, cui la dirigenza ha regalato pezzi pregiati del mercato europeo: Igor Rakocevic (favoloso bomber serbo proveniente dal Tau Vitoria), Bostjan “Boki” Nachbar (talentuosa ala slovena ex Treviso e New Jersey Nets, l’anno scorso in forza alla Dinamo Mosca in una stagione però disgraziata per il club russo) e Mario Kasun (possente centro ex Barcellona, atteso ad un salto di qualità netto, visti i problemi di continuità e concentrazione degli anni passati). Tre “surplus” per una formazione solida, lunga e dalle notevoli possibilità offensive. Il presidente Tuncay Ozilhan ha infatti dato fiducia a tanti dei suoi pupilli che la stagione scorsa gli hanno permesso di aggiungere in bacheca la coppa turca e il campionato: il trio U.S.A. di vecchia conoscenza, Charles Smith (il “Ragno” ex Pesaro e Virtus), Bootsy Thornton (ex Cantù e Siena) e Preston Shumpert (non illuminante alla Fortitudo); l’estroso Ender Arslan e l’ex Besiktas Sinan Guler; per finire lo zoccolo duro della squadra composto dai due Kerem (Tunceri e Gonlum) più il 2.07 Kaya Peker. Insomma, un roster da urlo per i campioni uscenti della Lega turca cui però, nella prossima annata, il bis in patria non basta più.


Siamo in dirittura d’arrivo nella lista tra le pretendenti al titolo di Eurolega e ne rimangono probabilmente ancora due: il Maccabi Tel Aviv (come sempre impossibile da escludere) e il Montepaschi Siena. Gli israeliani sembrano non essersi ancora ripresi dalla partenza di Sarunas Jasikevicius datata 2005 e per l’ennesima volta la squadra è stata rivoltata “come un frittatone” (Paola Ellisse docet). “As usual” ogni settembre si ricomincia dal capitano Derrick Sharp, inossidabile più che mai; al suo fianco ancora Yaniv Green (prossima bandiera designata della società), Raviv Limonad, D’Or Fischer (centro vicino alla Scavolini lo scorso mercato) e l’ex bolognese (entrambe le sponde) David Bluthental. Da qui in poi solo volti nuovi. Come quello meno conosciuto di Guy Pnini (classe ’83, si è fatto tutta la trafila di nazionali giovanili prima di mettere il naso anche in quella maggiore); poi ex italiani con alterne fortune come Andrew Wisniewski (ex Udine) e Alan Anderson (ex Virtussino); l’elettrico gabonese Stephane Lasme (brillante con la casacca bianconera del Partizan); il polacco Maciej Lampe (ex Phoenix Suns e Khimki Mosca) e “last but not least” un MVP, cioè Charles “Chuck” Eidson, ala mancina statunitense vincitrice dell’ultima Eurocup (disputatasi a Torino) con la casacca del Lietuvos Rytas, proprio contro il Khimki del suo nuovo compagno di squadra Lampe. L’obiettivo è dunque sempre il “grande slam” ma molti sono i dubbi che aleggiano intorno alla Nokia Arena: Wisnieski è in grado di competere ai massimi livelli? Alan Anderson ricorderà ogni sera di essere un grande realizzatore? Lasme, Lampe ed Eidson riusciranno a ripetere le gesta di Belgrado, Mosca e Vilnius in una piazza così ambiziosa? Dalle risposte a questi quesiti verrà certamente fuori il Maccabi “croce o delizia” versione 2009/2020.


Non resta che Siena. Da italiani siamo di parte ma le credenzialità per poter strappare il titolo alle grandi società multimilionarie d’Europa ci sono tutte. La gestione del club da parte di Minucci e Pianigiani è ogni volta di più strategica e attenta ad ogni minimo particolare o cambiamento. Gli addii sono stati infatti fronteggiati con acquisti di assoluto rilievo e che compensassero al meglio il vuoto lasciato: fuori Morris Finley e il suo rendimento altalenante, dentro Nikos Zizis (ex Benetton e Cska) e le sue caratteristiche da metronomo; fuori Kaukenas (impareggiabile l’offerta del “Paperone” Real Madrid), dentro la classe e la potenza dell’ex milanese David Hawkins. L’aggiunta di Denis Marconato per il precampionato con sottointeso un “poi vedremo…”, le conferme non cosi scontate di K. Lavrinovic e McIntyre… Ogni cosa è calcolata ed è sulla programmazione che Siena ha costruito il suo dominio in Italia e forse, in un futuro prossimo, anche in Europa.