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venerdì 13 novembre 2009

Pagine di Basket___3







- Ora parliamo di due libri sorti dalla maestria di un medesimo autore: Christian Giordano. In collaborazione con il grande Ricky Morandotti e la sua collana “Libri di Sport”, ha pubblicato dapprima una biografia intitolata Michael AIR Jordan (1999) ed in seguito ha dispensato lezioni di storia cestistica con Centodieci storie di basket: Grazie, Dottor Naismith! (2001).

Il volume riguardante Sua Maestà è stato anche il primo libro sulla pallacanestro che io abbia letto per intero. Avevo 11 anni all’epoca, MJ aveva da poco regalato al mondo THE SHOT versione 1998 (quello originale infatti non è nemmeno il famoso “Here's Michael at the foul line, the shot on Ehlo...good! The Bulls win!”, anno 1989 vs Cleveland, ma il canestro vincente della finale NCAA 1982 tra UNC e Georgetown) e ai miei occhi nessun altro si poteva nemmeno avvicinare al numero 23. Grazie all’attuale redattore di Sky Sport 24, invece, ho avuto la possibilità di conoscere Jordan sotto ogni sua veste e di venire finalmente a pieno contatto con quel mondo di cui MJ faceva parte.

Ogni nome nuovo che incontravo nella lettura diveniva automaticamente punto di partenza per una nuova ricerca e se magari di Patrick Ewing o Karl Malone qualcosa già sapevo in maniera approfondita, del “santone” Dean Smith, ad esempio, non possedevo grandi notizie, se non qualche ricordo sparso di frasi pronunciate durante le telecronache degli incontri su Tele +. E’ stato dunque una sorta di primo bacio, il mio primo vero impatto con la letteratura cestistica, difficile da scordare soprattutto per la grande capacità dell’autore di rapire l’attenzione del lettore: Giordano non sarà uno scrittore-artista come Buffa, ciononostante ha la meravigliosa capacità di raccontare senza mai annoiare, facendo scorrere le parole una dopo l’altra in una sinfonia unica, simile nel risultato al lavoro degli incantatori di serpenti.

Del 23 inoltre è anche difficile riportare perché si rischia di cadere nel banale, nel “già detto mille volte”, ma non è certo il caso del “nostro”: quando un paio di anni dopo infatti mi tornò la voglia di riassaporare il mito di Sua Maestà, la lettura fu di nuovo tutta d’un fiato. Questa seconda volta poi riscoprii un particolare a cui nella prima diedi poco credito: il Jordan “behind-the-scenes” [La virgolettatura è presa dall’edizione americana del The Jordan Rules di Sam Smith, libro che considero come una sorta di approfondimento della biografia di MJ, raccontato in questo caso soprattutto dal punto di vista dell’uomo anche, se non soprattutto, con tutte le sue debolezze (“an intense, fascinating portrait of the incomparable Michael Jordan”)]. Alla resa dei conti dunque, una biografia degna della grandezza di Michael Jeffrey Jordan.

Ecco un estratto dalla presentazione dell’opera:

“Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che un ragazzino di campagna del North Carolina, che a 15 anni non faceva nemmeno parte della prima squadra del suo liceo, sarebbe diventato la massima icona dello sport mondiale. Di tutti gli sport, di ogni tempo, di qualsiasi Paese.

Un uomo che non sembra più essere tale. Un mito che cammina, una macchina da soldi senza precedenti. Un giocatore sensazionale per il quale, da anni, non esistono più aggettivi né iperboli atte a descriverlo. Un atleta che ha saputo trascendere gli angusti confini dello sport, del tifo, della razza. Per tutti, ormai, è solo e semplicemente “Michael”. Il cognome è diventato superfluo.”

La successiva fatica di C.G. (un regalo per le 110 candeline spente nel 2001 dal Basket USA) è invece un viaggio nella storia della pallacanestro dalle sue origini, anno di grazia 1891, attraverso le molteplici rivoluzioni (Angelo “Hank” Luisetti e l’invenzione del “jump shot”, Danny Biasone e l’idea dei 24”), fino a squadre, giocatori e personaggi che hanno reso questo Gioco, il più bello e divertente al mondo. Ogni episodio, appassionante, divertente e a volte ai limiti dell’incredibile, racchiude l’essenza del basket a stelle e striscie, che da sempre convoglia mistero e leggenda sotto lo stesso tetto. A mio parere, un libro indispensabile per chi ama questo meraviglioso Sport.

Ecco un estratto dalla prima storia della “Parte Prima”:

James Naismith, l’inventore del basket : “Il Gioco del Dottore”

“A differenza del baseball, il cui inventore è ancora oggi argomento di discussione, il basket fu indiscutibilmente la creazione di un solo uomo, il dottor James Naismith. L’invenzione risale al lontano 1891 e, secondo alcuni, fu ispirata dall’antico gioco del pok-ta-pok, diffuso fra gli indiani Maya. Il pok-ta-pok consisteva nel far passare una piccola “palla” attraverso un cerchio di pietra appeso a una parete di roccia. Naismith però ha sempre negato d’essersi in qualche modo ispirato al gioco centroamericano. E’ più probabile che l’idea derivi, almeno in parte, dal Duck On A Rock, un gioco che si fa da bambini in America: i ragazzini provano a buttare giù dalla cima di un masso un sasso delle dimensioni di un pompelmo tirandogli contro dei sassolini più piccoli.

Ancora oggi pochi sanno che l’ideatore di questo grande sport americano era un… canadese […]”


Pagine di Basket___1




Per chi vuole leggere di basket, farsi… “un po’ di cultura cestistica”, ecco alcuni dei libri che ho divorato, visto, sfogliato, amato, apprezzato e portato in giro per il mondo…


- In cima, punto di riferimento assoluto, c’è la trilogia sportivo-letteraria a cura di Federico Buffa: Black Jesus, Black Jesus 2, Black Jesus – The Anthology. Non vorrei sembrare blasfemo, ma a mio parere una “Bibbia della pallacanestro”.


L’ “Avvocato”, come è noto, rappresenta la metà artistica e aneddotica (ma non solo…) della fantastica coppia di telecronisti “Tranquillo&Buffa” ed è per molti (me compreso) autentico personaggio di culto dell’ambiente cestistico made in USA. Buffa possiede un incredibile “cervello” per questo meraviglioso sport di cui riesce a raccontare ogni minima sfaccettatura in uno stile originale ed incomparabile. Tra le altre cose è anche uno sfegatato tifoso milanista, come il sottoscritto, ed è spesso e volentieri voce di commento anche all’interno di specifici programmi in onda su Milan Channel. Insomma, riassumendo: come lui non ce n’è. La trilogia comprende racconti su personaggi incredibili, eventi che (non) hanno cambiato la storia di questo giochino, pieghe sorprendenti del magico mondo americano ed ognuna di queste narrazioni è documentata e riportata tramite i cavilli dell’esperienza diretta o con il più basso dei “gradi di separazione”, interagendo con persone o luoghi che hanno vissuto appieno il fatto/tema in questione. Fulcro di tutto, meglio non scordarselo mai, resta il pallone a spicchi, il migliore e il più fedele degli amanti.


“Black Jesus” è dedicato a tutti coloro che amano non solo la realtà dei fatti ma anche la loro potenzialità artistica ed immaginativa. Chi non condivide, prego astenersi.


Un estratto dal capitolo dedicato a


Raymond Lewis: “Il più grande che non sia mai esistito”


“In fondo a South Central, a partire dalla fine degli anni Sessanta, iniziava il principato di Raymond Lewis, l’uomo che faceva piovere (“Make it rain, Ray Lew, make it rain”). La leggenda parla chiaro: “The greatest who never was”, il più grande che non sia mai esistito.


Chissà perché le leggende dell’asfalto americano non muoiono mai nei giorni normali. Earl Manigault chiuse gli occhi assieme a Frank Sinatra, Rey Lew ha lasciato scivolare l’ultimo pallone il giorno che Allen I ha stretto forte il suo primo trofeo da MVP all’All-Star Game. Correva l’11 febbraio 2001. Ogni paragone con Ive è assolutamente non casuale. George McQuarn, che allenava Lewis a Verbum Day, […] ha sempre ricordato a tutti che il Principe era nella categoria di Allen I. No, un momento. Più forte.


[…] Chi lo ha visto dice che trattava la palla molto meglio di gente che aveva anelli Nba al dito e il rapporto tra difficoltà e distanza di tiro era da intendersi così: tirava da 4 metri come gli altri da 2 e pare fosse lecito proseguire la proporzione con le cifre 10 e 5.


[…] Una mattina Marques Johnson, ex Crenshaw HS e UCLA, vide un 40enne in pantofole, annoiato dagli eterni tempi fotografici, isolarsi con un pallone. Pioveva anche quel giorno. Fate 15 in fila.”

domenica 23 agosto 2009

Best Friends Capitolo 1





CAPITOLO I

Icone, idoli, miti, leggende. Ognuno ha avuto il proprio modello, la suprema fonte d’ispirazione e guida, magari anche solo inconsciamente, dei propri intenti. Ebbene, spasimando per quello sport legato al tiro di una palla in un cesto, cui un professore di educazione fisica canadese, poi naturalizzato americano, Dr. James Naismith, diede i primi natali sotto il nome di “BASKETBALL” , non si può non essere stati stregati anche solo una volta da quell’ottava meraviglia del mondo conosciuto che fu Michael Jeffrey Jordan. Sua Altezza, grazie. La bellezza e spettacolarità del gesto tecnico ed atletico, uniti ad una mentalità vincente se ce n’è una, ad una esplosività difficilmente spiegabile a parole e ad una padronanza totale dei propri mezzi hanno avuto, su molti adoranti discepoli, lo stesso effetto percepito da Dante al cospetto di Nostro Signore: ineffabilità. D’altronde, un paragone (per assurdo) tra Dio e il numero 23 fu anche azzardato, ben prima del doppio three-peat, da tale Larry Joe Bird da French Lick, Indiana, altro personaggio che tra fine anni ’70 ed inizio anni ’90, in concomitanza con il nemico-amico Earvin “Magic” Johnson ed un “Dottore” di stanza a Philadelphia, Julius Erving, vergò indimenticabili pagine cestistiche che proiettarono definitivamente il basket e in particolar modo la Nba, su di un altro pianeta. Definitivamente perché, a dire il vero, un paio di apripista avevano anche fatto la loro comparsa sui nostri teleschermi. Tra questi, in ordine sparso, è obbligatorio ricordare Bill Russell (più anelli di campione che dita ed un irripetibile impatto difensivo sulle partite), Oscar Robertson (colui che una tripla doppia non osò mai negarsela), Willis Reed & Walt Frazier (gli eroi dei due titoli Knicks del ’71 e ’73), “Pistol” Pete Maravich (meraviglioso prestigiatore del parquet che sostituì il cilindro magico con la palla a spicchi), Earl “The Pearl” Monroe (pura “poetry in motion”), Jerry West (Mr.Logo, della Nba naturalmente) ed Elgin Baylor, ma soprattutto due cui fu la Lega ad essersi dovuta adeguare e non viceversa: Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar. Il primo ha riscritto ogni record statistico individuale, sverginando pure una irraggiungibile (per i comuni mortali) quota 100 ai punti segnati in singola gara, senza però mai ottenere il giusto corrispettivo in anelli che la più devastante macchina cestistica di sempre avrebbe probabilmente meritato; il secondo è invece, più semplicemente, il miglior realizzatore ogni epoca della National Basketball Association che lo vide dominare inizialmente sotto il nome di Lewis Alcindor (titolo con “The Big O” a Milwaukee) e cui nemmeno la conversione all’Islam impedì di massacrare gli avversari a suon di Sky Hook (il celeberrimo gancio cielo) e punti (abbondando oltre i 38.000). Altri anni rispetto a quelli contemporanei, altra epoca in cui il college basketball era il principale, anzi unico, serbatoio per i Pro ed il draft sforava alla grande oltre il deca di giri, così concedendo ai vari GM Nba libero sfogo per una vena creativa impagabile nelle scelte.

I tempi, come le persone, hanno però continuato inesorabilmente a cambiare (i grandi classici avrebbero parlato di caducità del tempo), lasciandosi dietro un retrogusto di amaro che tuttavia, molto spesso, una ventata di freschezza è fortunatamente in grado subito di affievolire. E “Golia” (intesa come caramella balsamica) della situazione è stata, a partire dall’esatta metà dei ’90, una filiforme ala di 211 benedetti centimetri proveniente da Mauldin, South Carolina, la quale raggiunse gli splendidi paesaggi del Minnesota direttamente dalla Farragut Career Academy High School del quartiere di South Lawndale, Chicago, segnando l’avvento di una nuova era: Kevin Garnett. La realtà dei fatti afferma comunque che non è stato l’attuale campione Nba con i Boston Celtics il primo giocatore ad aver sviato il college, ma furono bensì tra il 1974 e il 1975, Bill Willoughby (un journeyman che fu scelto dagli Atlanta Hawks), Moses Eugene Malone (uno dei centri più dominanti della storia di questo meraviglioso sport ed MVP della finale vinta con Philadelphia nel 1983) e l’ex Sixers ed Auxilium Torino Darryl Dawkins, istrione del parquet cui si deve l’innovazione forzata dei canestri sganciabili in seguito al continuo martirio di tabelloni prodotto da poderose e variopinte (soprattutto “nominalmente”) schiacciate. Altri tempi, sì, ma che tempi!, in cui la serie A nella “mia” Torino era una realtà dovuta e meritata, al confronto di un oggi murato dove gli spiragli di grande pallacanestro passano per fori tanto minuscoli da parere immutabili.

Poco prima dell’esordio di KG, soprannominato “The Revolution” non a caso, aveva però fatto il suo ingresso nella Lega, uno tra i centri più dominanti “ever”, (per ora) ultimo erede naturale di quella catena generazionale che ebbe in George Mikan (degli allora Minneapolis Lakers) il degno capostipite, seguito poi dai già citati Russell, Chamberlain e Abdul-Jabbar (con la possibilità di inserire anche Hakeem Olajuwon, David Robinson e Patrick Ewing, i quali non avevano però nello strapotere fisico il principale “strumento” di dominio): si parla ovviamente di Mr. Shaquille O’Neal.

La supremazia applicata ai 28 X 15 metri del natio di Newark (New Jersey), è sempre stata seconda solo alla contagiante simpatia di cui madre natura gli ha fatto gentile concessione: indimenticabile la suoneria “anti-Divac” composta dopo la vittoria nella finale di Western Conference del 2002 proprio contro la Sacramento del centro serbo o il jingle rap improvvisato circa sei mesi prima in risposta alle critiche di Bill Walton sul suo eccessivo peso corporeo (concluso con “I’ll back Bill Walton down and he’ll start crying like Mutombo”). I Playoff della stagione 2000/2001, quella centrale all’interno del “back-to-back…-to-back” losangelino, sono stati il pass per accedere alla ristretta cerchia, od Olimpo che dir si voglia, di cui sopra: 16 “doppie vu”, una sola sconfitta (combinata dal miglior Allen Iverson in carriera, un altro che la nomea di idolo se la merita ogni sera tra ottobre e giugno) ed un’onnipotenza assoluta (30 e 15 abbondantissimi di media) che solo Wilt “The Stilt” ed M.J. furono capaci di mostrare agli occhi del resto dell’umanità. Umanità, appunto.