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lunedì 23 novembre 2009

*Somiglianze*


Kanye Omari West a sx [rapper e produttore discografico statunitense] & Baron Walter Louis Davis a dx [giocatore Nba attualmente a L.A. sponda Clippers]









giovedì 19 novembre 2009

B-Ball photos III


"The Cage": tra West 4th Street & 6th Avenue nel Greenwich Village, Manhattan NYC
Altro playground, altra istituzione del basket da strada. Il perchè del soprannome è abbastanza ovvio ed il livello del gioco rimane tutto l'anno altino. Dal 1977 va avanti "The West 4th Street League", un torneo che fu creato da un guidatore di limousine, tale Kenny Graham. Requisiti: voglia, trash-talk e zero paura."That's BasketBall City, baby!"




Eagles 1990 Cantù - Sturm und Drang
La prima foto è proprio mia, la seconda l'ho recuperata dal web (perchè penso riesca a mostrare e in qualche modo concretizzare la pura essenza dell'arte del tifo). In Italia di curve così ne sono rimaste poche, forse si può farle stare sulle dita di una mano. Al Pianella i cori per i giocatori si fanno assai di rado, perchè prima di tutto viene la squadra: "lotta sempre e vincerai. Non ti lasceremo mai!". Una fede incrollabile, l'orgoglio di averla; l'onore da mantenere, col sudore e con il cuore. In questa zona della Brianza si vive di emozioni e fidatevi che quelle che regala il Pianella sono di un'altra categoria.
Un coro in particolare mi è rimasto dentro: "Ricordo quando ero piccolino-mio padre mi portava al Pianella-vedendo quella curva ho capito-quant'era importante fare il tifo---da allora tanti anni son passati-ma quei colori non li ho mai lasciati-ed anche se mi costerà fatica-io tiferò Cantù, io tiferò Cantù, io tiferò Cantù tutta la vitaaa! ---ma perchè?-ma perchè?-ma perchèè?-mi domandano perchè?-perchè ovunque tu sarai-noi saremo con te!"
Ogni volta brividi.




"New Orleans Arena", 25 agosto 2005
Quattro giorni dopo il mondo conobbe la forza devastante dell'uragano Katrina. "The Big Easy", entusiasmata nella stagione precedente da Earl "J.R." Smith III (raffigurato nella gigantografia di sopra, ed oggi in forza ai Denver Nuggets), era appena divenuta la città di Chris Paul ed un grande scossone, in meglio, lo si pronosticava solo per le sorti della franchigia Nba targata Hornets. Noi riuscimmo ad aggirare l'uragano grazie alle previsioni dei telegiornali e dei meteo locali e a raggiungere le zone più sicure della Louisiana prima e della Florida poi. Successe tutto nel giro di pochissimo e fu assolutamente incredibile. Ma lo rimane tutt'ora.

martedì 17 novembre 2009

Il mio punto di vista (letteralmente) sul basket...B-Ball Photos 2




The Palestra. Luogo sacro e "Cattedrale" del college basketball, situata presso la University of Pennsylvania. Arena forgiata dalle centinaia di battaglie tra i cinque top team philadelphiani: Penn, Villanova, Saint Joseph's, La Salle, Temple.



Gli 8.722 seggiolini di The Palestra profumano di storia cestistica come pochi altri posti al mondo. Le sfide della Ivy League, come quelle del torneo NCAA, e i favolosi derby infracittadini hanno infatti infuocato la Città dell'Amore Fraterno da decenni e sopra questo parquet hanno compiuto le prime imprese fior fior di giocatori. Uno di essi, seppur a livello liceale (Lower Marion HS), è stato tale Bryant Kobe...
Entrare a The Palestra, per chi volesse, è un discreto problema, perchè le porte sono solitamente bloccate ed apribili solo con le tessere magnetiche. Piccolo consiglio: cercare qualche "addetto" nell'adiacente stadio di football oppure, con un pò di cu.., ehm, fortuna, trovare qualche giocatore di basket/volley dell'università (Dio benedica quello che avevo incontrato io...). Ah già, inutile fare 1 (2 o 3.....) giri della struttura: l'ingresso è esclusivamente quello frontale.









Boston e Springfield.





Due luoghi del Massachussets accomunati da una cosa precisa: la Hall of Fame. A Springfield c'è la sua casa vera e propria; a Boston c'è (stato) uno dei suoi più grandiosi ed immortali inquilini: Larry "Legend" Bird.








Holcombe Rucker Park, NYC.





La "Santa Sede" dei playground non solo newyorkesi, ma anche mondiali. The Goat, The Hawk, Skip To My Lou, Pee Wee, The Abuser, The Pearl, Half Man - Half Amazing, The True Warrior...chi più ne ha più ne metta...perchè: "Al Rucker non esistono nomi, solo soprannomi".





Consiglio personale: guardare 'Gunnin' For That #1 Spot'...tra i protagonisti del documentario, ambientato principalmente proprio al Rucker, anche Brandon Jennings e Michael Beasley...













Coney Island, "the other Garden".




Qui vicino furono girate le scene finali del film "Warriors" ("I Guerrieri Della Notte" il titolo italiano) di Walter Hill, ma la suddetta zona è stata (ed è tutt'ora) la signoria della decennale dinastia dei Marbury. Il più famoso? Stephon "The Future" Marbury, dominatore del playground a partire già dai primi anni dell'adolescenza. Gli altri? I cugini Jamel Thomas (principesco tiratore visto a Biella, Teramo, Siena e Napoli) e Sebastian "Bassy" Telfair (oggi a L.A., sponda Clips). Il prossimo? Ethan Telfair...parola dei cugini...

Il mio punto di vista (letteralmente) sul basket...B-Ball Photos 1



Chris Jackson, meglio conosciuto come Mahmoud Abdul-Rauf, ai tempi di Roseto.(Qui all'All Star Game di Torino insieme all'ex napoletano e udinese Mike Penberthy).
Nonostante la sindrome di Tourette un autentico manuale vivente del Gioco.
Sempre All Star Game al PalaRuffini di Torino. Stavolta però,omaggio da parte della Nazionale Italiana al compianto Enrico "Chicco" Ravaglia (davanti a tutti l'amico Poz con le lacrime agli occhi).

Un giocatore ed un sorriso unici portati via troppo presto. "Vivere nel cuore di chi resta vuol dire non morire mai...Bye". Striscione Eagles Cantù nel derby con Varese: 8 gennaio 2000 .




Nel corridoio che circonda il cuore di "The Palestra" @ Philadelphia c'è, tra le tante foto e cimeli, lo stendardo della storica vittoria dei Wildcats nel Torneo NCAA 1985.
Coach: Rollie Massimino. Leggenda. Sul parquet: Ed Pinckney. Eletto poi "Most Outstanding Player". Villanova, numero 8 della sua parte di tabellone, raggiunge incredibilmente le Final Four con sede a Lexington (Kentucky) e dopo aver fatto fuori Memphis State, vince anche con la favoritissima Georgetown di Patrick Ewing. 66-64: uno degli upset più sorprendenti della storia del college basketball.


Lo storico maglione rosso indossato da Coach Bob Knight nei suoi gloriosi anni sul pino della Indiana University.
Personaggio esuberante, controverso e geniale fino all'eccesso. Come lui non ne esistono altri e non sono mai esistiti. Una frase del Coach dal libro di Joan Mellen 'Bob Knight: His Own Man' : "It's a simple, goddamn thing. I just say, 'Hey, kid, goddamn it, be the best player you can be' "




Bobby Simmons fuori dalla palestra estiva più competitiva e "cool" degli Stati Uniti (è stata spesso casa, ad esempio, di MJ): "Hoops The Gym".
B-Sim, all'epoca ai Clippers(Most Improved Player nel 2005), oggi gioca per i derelitti New Jersey Nets, dopo aver strappato un bel contrattone ai Milwaukee Bucks gli anni passati.
Hoops The Gym, nel quartiere di West Loop, Chicago (1380 W. Randolph Street) è luogo frequentatissimo dai giocatori Nba, chicagoani o meno. Quando sono passato io si stava allenando anche Juwan Howard, ex Mavs e oggi a Portland, ed è qui che Ron Artest fece saltare un paio di costole al rientrante (ai Wizards) Michael Jeffrey Jordan.
"Hoops the Gym Stadium Club is one of Chicago's finest private basketball gymnasiums, available for private group rental 24 hours a day, 7 days a week for between $90 and $100 an hour. No membership is required. Conveniently located downtown, this club features a three-court gymnasium with 30-foot ceilings, state-of-the-art lighting, maple flooring and full-service locker rooms. A first-floor party room and mezzanine-level skydeck with skybox are also available for rental. The courts can be used alone for basketball or volleyball, or in combination with the event areas to create an ideal setting for corporate events, fundraisers, tournaments or birthday parties." da chicago.metromix.com

Nba business...A.I.

Breaking news. Fonte: ESPN.COM.

“The Allen Iverson experiment with the Memphis Grizzlies is over.


Memphis announced Monday that the team has ended its one-year contract with the 10-time All-Star and former league MVP in what it called a mutual agreement. Iverson was not placed on waivers by the 6 p.m. ET deadline on Monday so is expected to be waived on Tuesday, a league source told ESPN.com's Chris Sheridan.


Under the agreement, Iverson will receive only a fraction of the $3 million he was scheduled to earn.”


Tre partite. Ecco quanto è durata l'esperienza nel Tennessee di Allen I.


Che i rapporti con l'ambiente si fossero ben presto deteriorati era chiaro; che in breve si sarebbe giunti ad una risoluzione anche. The Answer adesso rischia di fare la fine di Latrell Sprewell, sempre che una "pazza idea" e uno stilista non lo salvino...


lunedì 16 novembre 2009

Ora si: Brandon Jennings = The Future



Va bene che Fiba ed Nba sono due universi lontani miliardi di anni luce; va bene che di fronte c'era la "difesa" di coach Nelson e Golden State; va bene che ogni tanto qualcuno veda comparire la "Madonnina dei canestri" sopra il tabellone e resti in trance per 48'; va bene tutto. Ma Brandon Jennings = 55 ?!?


Che prestazione da parte del ragazzo da Compton...A Roma, però, mi sa che se lo ricordavano un filino diverso...


Conseguenza.

La domanda che sorge spontanea è: ma se adesso agli "High Schoolers" americani questo sembra un facile 1+1 (cioè: B.J. è andato a giocare in Europa un anno ed è tornato così, allora anch'io...), non è che già dalla prossima stagione il flusso diretto dalla HS al nostro basket si rifocillerà di nuovi elementi?

sabato 14 novembre 2009

Pagine di Basket___4





- Un altro spazio della mia libreria cestistica è occupato da BasketBiz: I Signori del Gioco di Eldon L. Ham. La sintesi, presa dal sito “libreriadellosport.it” (e sostanziale copia di quella presente sul testo originale), recita così: “Un libro sull'irresistibile storia dell'ascesa della National Basketball Association come non era mai stata raccontata prima. Porta alla luce decenni di manipolazioni dietro le quinte e di battaglie campali che hanno forgiato la lega e generato una macchina da spettacolo che sembrava perfetta, prima del brutto pasticcio di egoismi e bigliettoni che ha portato alla quasi distruzione del 1998. I Signori del Gioco spiega nel dettaglio come gli insider, quali David Stern, Rod Thorn, Jerry Reinsdorf, Ted Turner ed altri, hanno collaborato con la superstar Michael Jordan, il suo agente David Falk, la Nike ed i media televisivi nell'architettare la più grande società per la commercializzazione dello spettacolo nella storia dello sport professionistico.”



Dalla stagione del lockout qualcosa è naturalmente cambiato e a svariati quesiti posti nel libro il tempo ha dato la sua risposta. Ciononostante, a forza di sentire pronunciare frasi come “it’s just business”, il rischio di salutare definitivamente l’anima più pura del gioco rimane ben presente nell’aria. La crisi globale dell’economia inoltre costringe a rimanere sempre all’erta e come si chiede Ham, “la Nba sarà in grado di mantenere la sua grande popolarità ed evitare il tracollo finanziario?”. Per fortuna, loro e nostra, esistono i vari Kobe, Dwyane e LeBron, eredi diretti di Sua Maestà il 23, ed altri sono già in ‘programmazione’.



L’autore fa i conti con le guerre interne ed esterne vissute dalla Lega fin dalle origini, presentandole con “uno sguardo imparziale”: l’esito regala ad un lettore come me una nuova, inesplorata, prospettiva del mondo del basket USA, troppo spesso visto solo come ricoperto di rose e fiori. Non è così; non lo è mai stato. Niente però serve a spiegare meglio le cose di un resoconto completo della realtà dei fatti: in questo, c’è da dire, Eldon Ham è un maestro.



Ecco un estratto dal capitolo:



“Il complotto del tetto salariale”



“Quando Minnesota scelse il rookie Kevin Garnett, che proveniva dall’High School (e poi firmò un contratto record di 126 milioni di dollari), Garnett non solo si conquistò le copertine, ma attirò anche l’attenzione di tutti i proprietari Nba, i quali finalmente capirono a che punto erano arrivati: alla perdita completa del controllo. Nessuno – forse nemmeno i proprietari stessi – è in grado di ripercorrere con sicurezza la genesi del lockout e del braccio di ferro dei proprietari, avvenuto nel 1998; ma si potrebbe scommettere sul fatto che, il giorno della firma del contratto di Garnett, avvenuto nei primi giorni dell’autunno 1997, un missile economico le cui onde d’urto arrivarono direttamente ai portafogli dei signori del gioco si abbattè sulla lega.”


NBA: 2° Ciak


Steals Leaders: oggi come oggi in testa al gruppo c’è un diabolico Rajon Rondo @ Boston, con 3 furti netti a partita; subito dietro troviamo un sorprendente, ma non nuovo per la categoria, Larry Hughes @ NYC _2.29 (che se ogni tanto recapitasse qualche pallone in più nelle mani del Gallo sarebbe anche maggiormente degno di lode), poi ex-equo il Mamba @ sapete dove e Mario Chalmers @ Miami, entrambi a quota 2.25. Complimenti a Super Mario comunque, non tanto perché è stato fin’ora bravo a non patire la presenza del boricua Arroyo, quanto perché resistere ad alti livelli dalle parti di South Beach (dove ogni sera due sirene ti attraggono) non è cosa facile.

1- Resto con Rajone nostro, perché da uno così ti puoi aspettare tutto…

2- KB24 da Hollywood ruba palloni e riflettori a chiunque e a piacimento…

3- Dico D-Wade. Il soprannome, “Flash”, penso dia già un’idea del tipo, poi come si insinua lui nelle linee di passaggio non lo fa nessun altro…

Possibili outsider: Mariolino Chalmers resta, Larry Hughes meglio aspettare a cantar vittoria. Il Barone @ Clippers è costantemente appostato dietro i primi e non lo escluderei affatto, al pari di Danny Granger @ Indiana (ormai una delle stelle del firmamento Nba); oltre a questi però, un euro su Andre Iguodala @ Città dell’Amore Fraterno lo spendo volentieri. Ah: nel caso, di Lebrone già sapete.

Turnovers leaders: qui non compilo nemmeno una classifica. Primo, davanti a tutti a mani basse, c’è e ci sarà sempre quel meraviglioso giocatore che risponde al nome di Gilbert Arenas @ Washington. Un “Wizard” pure nel gettare al vento lo Spalding ma ad un talento del genere io concedo qualsiasi cosa. Grazie veramente di tutto Agent 0.

Scoring Leaders: più o meno la classifica è la medesima dei papabili al titolo di MVP. Attualmente Kobe @ L.A. ne verga 33 ad uscita (1°), Wade @ Heat scrive puntualmente 30.6 (2°) e James @ Cleveland 28.2 (6°). In mezzo ci sono Kevin Martin (superlativo @ Sac-Town), ‘Melo @ Denver (che ha dichiarato di non essersi mai sentito così carico ed in forma come quest’anno) e Chris Bosh @ Toronto (quasi 29 a notte, col 50% dal campo e un perfetto 8/8 da tre totale).

1- Kobe resta lì.

2- Flash pure.

3- Tra LBJ e Kevin Martin, vado col secondo… tanto per cambiare un pò…

Possibili outsider: al di fuori dei già citati resta poco. Unici intrusi, di lusso peraltro, possono risultare WunderDirk @ Dallas e l’elettrizzante Kevin Durant @ OKC.

Piccola postilla: il Mago viaggia a 19.6 di media, il Gallo a 15.4. Vi vogliamo così!

domenica 23 agosto 2009

Best Friends Capitolo 3

CAPITOLO III

20 dicembre 1969. Baton Rouge, profonda Louisiana, profondo Sud degli States: le giornate in estate sono umide ed afose, a volte appaiono interminabili, i rumori della vegetazione rischiano di essere alla lunga insopportabili ma con l’abitudine si tramutano nella tua colonna sonora giornaliera. Il clima forgia il carattere dei nativi di queste zone: pronuncia allungata, andatura lenta, quasi rilassata o “molleggiata”, l’etica lavorativa, l’assaporare appieno le giornate come “modus vivendi”, il football come religione.

12 gennaio 2000. Charlotte, North Carolina: “The Queen City”, al tempo dimora della franchigia Nba degli Hornets, è il centro finanziario, economico e punto di riferimento totale per lo Stato che comprende anche la “Tobacco Road”, campo di battaglia per l’eterna rivalità tra UNC e Duke e area dalla cui atmosfera si potrebbe estrarre l’essenza più pura del basket (cosa che potrebbe aver fatto il più grande di sempre, Michael Jordan, nato a Brooklyn, ma cresciuto fisicamente a Wilmington e cestisticamente proprio alla University of North Carolina, sotto i comandamenti di Dean Smith) . Il life-style moderno e frizzante poi nasconde una metropoli non ancora compiutasi al 100%.

Tra queste due date, questi due luoghi è intercorsa la vita di Bobby Ray Phills II, un figlio come tanti del Mississippi, ma anche ragazzo d’oro, che partendo dalla non memorabile Southern University di Baton Rouge (28 ad allacciata di scarpe nella stagione da senior), tradusse in realtà un sogno chiamato Nba. Per completarlo però si rese necessaria un’ulteriore gavetta visto che, dopo la scelta al numero 45 del Draft 1991 ed una stagione vissuta da spettatore non pagante sulla panchina di Milwaukee, dovette ripiegare sui parchi di Sioux Falls, in CBA. Il martirio durò per fortuna lo spazio di qualche mese, fin quando non fu Cleveland, convinta dai 23 punti in dotazione a serata, a riportarlo nella Lega “cugina” di maggior prestigio. Sei anni in Ohio (intorno ai 10 punti di media), a cui ne seguirono tre da Hornet al fianco di gente come Glen Rice (superbo tiratore da qualsiasi distanza e vincente sia a livello collegiale con Michigan, che al piano superiore con i Lakers di Kobe e Shaq), Dell Curry (altro shooter balisticamente notevole, il cui figlio Stephen sta attualmente facendo onde in NCAA con Davidson University), Tony Delk, Vlade Divac (“Marlboro Man” e due mani all’europea che per un centro di quella stazza lì dovrebbero essere off-limits), Tyrone “Muggsy” Bogues (160 centimetri di play tascabile per antonomasia) e David Wesley (grande amico di Bobby). Un percorso simile di raggiungimento dell’Nba lo compì Avery Johnson (natìo di New Orleans), che dopo gli eccellenti anni alla Southern fu tuttavia trascurato da ogni scout e general manager: “undrafted” dunque, ma in grado di conquistarsi le luci della ribalta vincendo prima il titolo al fianco di Tim Duncan nel 1999 (finale contro i Knicks di “Spree” e Allan Houston) e poi aggiudicandosi giusto un paio di anni or sono il premio di “Coach of the Year” al timone dei Dallas Mavs. Ugualmente luci, ma non certo portatrici di gioia, furono invece quelle che Bobby si ritrovò di fronte nella mattinata del 12 gennaio dell’anno di apertura al nuovo Millennio: appartenevano ad un’auto, su West Tyvola Road nei pressi del Charlotte Coliseum (pochi chilometri a sud di downtown sostanzialmente), contro cui la Porsche 993 Cabriolet di BP si schiantò tragicamente dopo aver perso il controllo del mezzo. Il lavoro eziologico della polizia locale portò alla luce che Bobby stava guidando, con un limite di 45 miglia orarie (circa 70 km/h), oltre le 100 mph, 75 secondo altre fonti, per raggiungere la propria moglie Kendall, fin quando uno sbalzo della vettura non l’ha gettato in mezzo alle fauci del tragico destino. Alcune macchine più avanti c’era David Wesley,il compagno ed amico insieme a cui avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento, considerata la presenza anche della moglie di quest’ultimo, il quale fu in seguito incriminato per guida incauta e spericolata, tanto che si pensò addirittura ad una gara di velocità tra i due. Coach Paul Silas, avvisato dell’accaduto, si recò sul posto del misfatto e vide la fiamma di Bobby spenta definitivamente tra le lamine accartocciate. Due ore o poco più. Tanto ci volle per estrarre il corpo dalle macerie, un corpo pittoresco (1.95 per 105 chili di soli muscoli) , tagliato su misura per i “tight end” della Nfl. Sul parquet era una guardia tiratrice dalla mano morbida (ruolo che si è costruito strada facendo a partire dalla Tuskegee High School, per la quale evoluiva in special modo da centro) e ottimo difensore (ben nota la risposta “Michael who?” alla domanda di un giornalista, che chiese se lui temesse affrontare Michael Jordan) , oltre che figura carismatica all’interno dello spogliatoio; al di fuori era invece uomo di grande intelligenza, devoto, altruista e disponibile (fondatore della “Bobby Phills Educational Awareness Foundation”, nel 1996, per l’aiuto di bambini meno fortunati), con un sorriso in grado di scioglierti l’anima, ma soprattutto padre di tre bimbi. Quella maledetta mattina però, il futuro oscurò le proprie carte. Il ritmo blando del ragazzo del Sud aveva aumentato le sue frequenze poco prima delle ultime note, ma la vera musica, quella che viene dal cuore, non muore mai e come direbbe Puff Daddy (o P.Diddy) “I know you still living your life, after death” Bobby.

Passarono sei mesi, altro incidente d’auto e altro lutto che sconvolse la Lega del commissioner David Stern. Ogni tanto la giustizia divina tende ad avere atteggiamenti perlomeno incomprensibili, altrimenti non si spiegherebbe come Malik Sealy, guardia/ala dei Minnesota Timberwolves, sia potuto morire in una collisione causata dal guidatore ubriaco di un “pickup truck”, rimasto al contrario vivo, con solo qualche ferita (stessa positiva, ma “giusta”, sorte toccata all’automobilista che vide piombarsi addosso Bobby Phills). Figlio di una guardia del corpo di Malcolm X, nato e cresciuto nel Bronx, nome da rapper della East Coast, ma una personalità ed un cuore che hanno fatto costantemente rima con generosità, bontà ed abbondanza: al pari di Bobby infatti, Malik ha sempre anteposto gli altri al proprio “io”, mettendo davanti a tutto la famiglia, il gruppo, pensando prima alla crescita di un giovanissimo Kevin Garnett, che alla sua decina di punti serale o al contratto più o meno milionario (e proprio con l’ultimo firmato decise di rimanere ancora a Minneapolis per amore verso i compagni di squadra e la città). K.G. aveva dato una festa per il suo compleanno quella sera del 20 maggio e intorno alle 3 di mattina Malik stava facendo ritorno verso le braccia della moglie e il dolce respiro della figlia cullata dal letto. La cintura non allacciata, il suo SUV era privo di Air Bag, chi va a pensare che qualcuno possa prendere quel tratto della highway del Minnesota, con annessi lavori nella seconda corsia, in contromano? No, no, impossibile. Un uomo troppo forte Malik, uno spirito creativo non secondario che lo aveva portato ad incidere una canzone rap, “Lost in the Sauce” (all’interno dell’album “Basketball’s Best - Kept Secret” composto insieme ad altri giocatori Nba quali Shaquille O’Neal e Gary Payton), e anche a recitare in diversi telefilm oltre che in una pellicola al fianco di “Sister Act”, al secolo Whoopi Goldberg; il Bronx vero, non quello dei film, come casa; quattro stagioni sensazionali alla St. John’s University e gli ultimi play off, conclusisi pochi giorni prima contro la Portland di Sheed e Pippen, trascorsi a oltre 12 punti in 30 minuti di medio utilizzo; cinque giorni dopo la scomparsa di Bobby Phills aveva messo a segno un buzzer-beater a tempo quasi scaduto versus Indiana. No, no, non può finire così, siamo appena nel secondo quarto della sua vita. Poi un articolo sulla Gazzetta nel tragitto verso la scuola, una maglia #2 issata verso il cielo al Target Center, le lacrime di Garnett e la voce singhiozzante, la scritta indelebile sulle scarpe “2Malik”. Come per BP, la musica ha però alzato il suo volume dal profondo. Un verso della lirica di Malik dice, “life’s just one big jumpshot”… tranquillo Malik, vivrai per sempre nel meraviglioso fruscìo della retina.

Due tragedie, ma sfortunatamente non le prime e nemmeno le ultime. Vedi Eddie Griffin, “il Grifone”, che spesso e volentieri incantò tutti alla High School (la rinomata Roman Catholic di Philadelphia) e al college (Seton Hall), prima di incontrare anni problematici tra Houston, New Jersey e Minnesota. Dopo il taglio da parte dei Timberwolves, venne spazzato via da un treno ma soprattutto dai problemi con l’alcool, da una testa in cui riaffiorava incessantemente la morte del fratellastro, dall’eccessiva tendenza del suo animo a mostrare il lato più aggressivo. Nella “città dell’amore fraterno” Eddie aveva costruito la sua vita chiudendo il cuore al mondo esterno, un mondo che nell’agosto 2007 avrebbe rimpianto per l’ultima volta un enorme talento talmente perduto da ignorare i segnali di pericolo del passaggio ferroviario. Altre luci e nulla più.

Le morti a noi più vicine però, inevitabilmente aumentano la nostra tristezza, sgretolando al contempo le nostre certezze. E il giocatore cui l’Europa è sempre stata più legata e per cui maggiormente ha inondato fiumi di lacrime miste a parole, è sicuramente Drazen Petrovic. Un’irripetibile sinfonia di passione, tiro e sudore durata 29 anni, composta dal “Mozart dei canestri”, forse il più forte giocatore ogni epoca al di qua dell’Atlantico.

E’ il 22 ottobre 1964, a Sibenik, città costiera dell’attuale Croazia e al tempo una Yugoslavia non ancora travolta dagli eventi, vede per la prima volta la luce il secondogenito della coppia dei signori Petrovic, Biserka e Jole. Al pupo viene affidato un nome derivante dalla parola slava “dorogo”, che significa “perfetto”, e che sarà uno degli aggettivi più sovente accostati al Drazen cestista. Come spesso accade, i bambini ancora in tenera età tendono ad imitare in tutto e per tutto le gesta dei fratelli più grandi ed un sentito grazie non sarà mai abbastanza per Aleksandar Petrovic, la cui passione per la pallacanestro (cosa comunque alquanto consueta in terra croata e dintorni, per usare un eufemismo) avrebbe inconsciamente cambiato per sempre gli scenari mondiali di questo meraviglioso Sport. Il piccolo Drazen mostrò fin da subito una predisposizione naturale per la Pallacanestro, a cui però in breve associò ore e ore di tiri, palleggi, “moves” compiuti ed affinati in una sorta di playground del piccolo porto dalmatico (che oggi conta circa 40mila anime), ma che in realtà non andava tanto oltre l’essere un canestro posto su un palo, dinanzi ad un muro. La leggenda inizia qui, sviluppandosi dalla mattina alla sera, con poche soste concesse al resto, perché la fame di vittoria (o il totale rifiuto della sconfitta, a seconda dei punti di osservazione) ha il primato su tutto e quando i successi nei campionati giovanili diventano scontati, visto l’assoluto dominio tecnico-cestistico di Drazen, la soluzione più ovvia è la promozione nella prima squadra locale alla “veneranda” età di 15 anni, fianco a fianco con gente che potrebbe anche fargli tranquillamente da padre. Nel giro di 730 giorni i minuti da professionista crescono doverosamente e dopo la conquista dell’oro agli Europei Juniores, il cognome Petrovic è sulla bocca di scout (e non solo) che vanno dal Portogallo alla Russia, toccando la Scandinavia e più a sud l’Italia. Il “tre”, gesto di vittoria in terra slava, è il numero magico per eccellenza e alla sua terza partenza dai blocchi della nuova annata sportiva, con la maglietta numero 8 della sua città, il ragazzino entra in totale trance agonistica, per non uscirci più in ogni singolo giorno della sua vita futura. I punti abbondano facilmente oltre la quindicina ad allacciata di scarpe e la squadra inizia a volare, raggiungendo l’apice con la finale di Coppa Korac persa a Padova, nel 1982, per 90-84 contro i francesi del Limoges di Ed Murphy e Richard Dacoury. L’exploit di un club così piccolo e storicamente, si direbbe, minore fa innalzare molti sopraccigli, ma Drazen tuttavia continua ad avere molte difficoltà nell’accettare il faccia a faccia con la parola “sconfitta” e il giorno dopo, il pallone ed il canestro rischiano di essere i soli a vederlo per l’intero arco di 24 ore. E’ il momento della stagione successiva: le beneficiate arrivano ormai ogni benedetta sera (si sfora oltre i 24 di media) e le finali conquistate saranno due, anche se altrettante le sconfitte (nuovamente contro Limoges in Korac e poi sulla strada verso il titolo yugoslavo, in realtà vinto proprio grazie a Drazen, ma portato via dalla federazione per motivi sinistri, forse politici, la serie contro il Bosnia Sarajevo). Nel cartone giapponese Dragonball, il protagonista (Goku) è un Sayan, cioè una razza (proveniente da un altro pianeta) di guerrieri, i quali, allorchè sconfitti, riprendono le loro forze diventando ancora più forti, come se dagli insuccessi traessero maggior vigore per poi ripresentarsi dinanzi alle nuove battaglie con capacità innovative e sempre meglio affinate: “Petro”, come soleva essere chiamato Drazen, fu la trasposizione reale dei combattenti Sayan, perché due anni di beffe “finali” erano decisamente troppi e, nonostante la chiamata annuale dell’esercito per il servizio di leva, al suo ritorno sul parquet divenne “unstoppable” per chiunque. I trofei comunque sarebbe stato difficile vincerli sotto casa, così con un po’ di saudade ma il doppio di volontà, determinazione e sicurezza bussò alle porte del Cibona Zagabria, la società croata per eccellenza, tra le cui fila presenziava anche una persona ben nota: il fratello Aleksandar. Beh, non durò esattamente tantissimo il periodo di adattamento, anche perché se ti trovi a giocare subito con la tua “squadra del cuore”, difficilmente vergarne 56 è indicativo di timori o complicazioni di sorta. Irreale. Il Basket è la sua vita, l’amore per i tifosi una spinta in più. Col Cibona vince tutto ciò che gli capita tra le mani, che sia in campo regionale, nazionale o europeo poco cambia. Chamberlain, una bestia di 216 centimetri, come detto, segnò 100 punti in una gara; Petrovic 112, contro gli sloveni dello Smelt Olimpija. Scherziamo!? In bacheca ci finiscono agevolmente Coppe dei Campioni, Coppe delle Coppe, titoli e trofei slavi, successi contro gente del calibro di Arvydas Sabonis (il “Principe del Baltico” vestito di verde Zalgiris Kaunas) e Drazen Dalipagic (allora, sfavillante in Italia tra Udine e Venezia) oltre ad un’infinità di riconoscimenti personali. MVP! MVP! La sfiga è che se fosse nato a 6 ore di macchina di distanza verso nord-ovest, anziché Drazen avremmo “Dario”: così non è però e dunque i grandi team nostrani, Milano targata “Simac” (con THE COACH, Dan Peterson, sul pino e Mike D’Antoni, J.B. Carroll e Dino Meneghin ad impazzare sul parquet), Cantù, Roma, Pesaro e Caserta, sono costretti ad interpretare, nella scenografia, il ruolo delle città occidentali prima e dopo il passaggio del famoso re Unno, Attila. Le difese, com’è intuibile, furono messe a ferro e fuoco, conducendo qualcuno nel “Bel Paese” ad inventarsi il soprannome di “Mozart dei canestri”. Alla seconda stagione, con soli 21 anni alle spalle, le realizzazioni per incontro passano da 32 a 43 (un po’ “peggio” in Europa, visto che a referto scrive di regola 37 miseri punti), e se mai ve lo domandaste i minuti di gioco all’epoca erano sempre quaranta tondi. 1 vs 1 è assolutamente immarcabile, il tiro non ha niente e nessuno con cui essere paragonato, l’intelligenza cestistica ha raggiunto livelli inusitati e la paura, quella non l’ha nemmeno mai incontrata sul dizionario. Dall’altra parte dell’Atlantico corrono le voci.

Trascorso un fantastico quadriennio, Drazen sente la necessità ed il bisogno di nuove sfide e, pur portando sempre nel cuore i momenti vissuti dentro la futura “Drazen Petrovic Basketball Hall”, opta per il blasone di una squadra come il Real Madrid che all’elevata competizione affianca, ad ogni modo, due soldini mica da ridere. Ma la passione va oltre il vil denaro. La limitatezza del linguaggio prorompe tutta d’un colpo, in quanto il fiume di aggettivi finisce per seccarsi nel giro di qualche mese. Le stesse meraviglie mostrate col Cibona, “Petro” le riproduce tali e quali con la “camiseta blanca”: LeBron James oggi è il “Re”, Drazen Petrovic allora era l’ “Imperatore”. In finale di Coppa delle Coppe, la Caserta di Nando Gentile e Oscar Schmidt (il più forte sportivo brasiliano di sempre senza il pallone tra i piedi) perde al supplementare per cause di forza maggiore o in altri termini, per mano di Drazen e delle sue 62 perle. Altri scaffali riempiti, altro desiderio che brucia nell’anima. Il Real se ne innamora perdutamente, ma la scelta effettuata da Portland un paio di anni prima rappresenta l’irresistibile tentazione, l’ultimo round in cui eccellere rivaleggiando con i giocatori più forti del pianeta. Nella “città delle rose” resta dal 1989 all’inizio del 1991, raggiungendo subito la possibilità di vincere il titolo (andato poi ai “Bad Boys” di Detroit), ma rimanendo anche a lungo seduto, con un minutaggio nemmeno vicino ai 20’ di impiego medio. I Blazers erano stati illuminanti nello sceglierlo al Draft, ma furono altresì ciechi nel non voler affidare l’arancia ad uno che rimaneva pur tuttavia un europeo di 1 metro e 95 per 88 chili. Con la Nazionale si toglie però lo sfizio di vincere i Mondiali in terra argentina, asfaltando gli Urss nel match per l’oro. I Nets annusarono l’odore di affare e senza eccessivi sforzi per convincere chi di dovere, gli garantirono l’occasione ed il contesto giusti. Cambia la costa, cambia il numero di maglia (che dal 44 diventa il 3), cambiano i risultati e cambia soprattutto la Yugoslavia. L’orgoglio croato diventa libero ed indipendente, e alla stessa maniera Drazen rompe le catene rapendo gli sguardi di tutta America. L’amore per la pallacanestro, mai sopito, lo spinge ad osare sempre di più: 20 di media il primo campionato, 23 il secondo. Nel mentre addirittura insidia, con i colori della Croazia sul petto, il Dream Team americano alle Olimpiadi di Barcellona ’92, sparando 24 punti in finale al cospetto di “Sua Maestà” Michael Jordan. Ora sì, è ufficialmente tra i migliori al mondo. Il contratto firmato con New Jersey va poi in scadenza e per una serie di problemi (con la dirigenza) e circostanze, si ritrova libero di accasarsi in una formazione che possa ambire all’anello Nba. Tutti i pezzi del puzzle si stanno sistemando al loro posto, ma l’incredibile è dietro l’angolo. Il 7 giugno è attualmente giorno di lutto nazionale in Croazia poichè in quella stessa data dell’anno 1993, a Denkendorf (Germania), si è spento a causa di un incidente stradale, l’uomo più amato di sempre dal popolo croato, un giocatore di Pallacanestro che ha riempito di gioia il cuore di chi l’ha visto evoluire sui campi di tutto quanto il mondo. Aveva da poco disputato la sua ultima partita (contro la Slovenia) con l’adorata maglia patriottica anche se per guai fisici sarebbe dovuto mancare. E’ andata così, la strada l’ha portato via, ma non è difficile immaginarlo tirare e giocare dovunque si trovi adesso, in nome di quel grande amore di cui si è innamorato a prima vista. Era proprio perfetto…

Hvala Drazen.

Best Friends Capitolo 2

CAPITOLO II

A voce di tutti, o quasi, il meno terrestre è solo e sempre stato Jordan ed è forse per questo motivo che dal suo (primo) ritiro si è costantemente cercato qualcuno in grado di raccoglierne il testimone: esplorate e quindi abbandonate le piste che conducevano a Grant Hill, Vince Carter, Tracy McGrady (e tanti altri…) il Graal, la corona, lo scettro o chiamatelo come volete, è finito nelle mani di Kobe Byrant. Co-protagonista nei Lakers accennati sopra, ma sempre un gradino sotto Shaq come importanza, il figlio dell’ex Reggio Emilia Joe “Jelly Bean” Bryant, ha già ampiamente dimostrato che come singola individualità il paragone col “numero 23” ci sta alla grande. “Capocannoniere” Nba a piacimento, premio di MVP ritagliato per lui, 62 (!) e 81 (!!!) punti proferiti nel giro di un paio di settimane, dieci gare in fila oltre il quarantello (MJ superato), un campionario tecnico infinito ed un tasso di spettacolarità (che non guasta mai) da brividi. One Man Show: nel bene e nel male perché Kobe, a differenza di Jordan, deve ancora dimostrare di saper vincere da leader della squadra, sapere cioè guidare i suoi al Larry O’Brien Trophy caricandoseli sulle spalle e gestendo il controllo del proscenio. Qui Bryant non è (ancora) al livello del Maestro , ma qualcuno ha il sinistro presentimento che proprio dall’annata in corso le cose possano presentare un nuovo risvolto [n.d.r. Ad una anno di distanza il destino ha compiuto il suo corso. Black Mamba MVP della Finale e tanti cari saluti ai critici].

Miti e leggende sono però sovente anche figure o addirittura squadre che alla resa dei conti hanno concretizzato ben poco, ma che per qualcuno e per qualche ragione sono assorti al ruolo di “immortali”. Il mio pensiero, ad esempio, sentendo parlare (e guardando giocare) gente apparentemente predestinata come Sebastian Telfair, OJ Mayo o il Greg Oden di turno (LeBron James merita un discorso a parte, anche due…) va sempre irrimediabilmente a ripescare il nome di colui che avrebbe dovuto prendere in mano le redini di successore naturale di “The Answer”: da Camden, New Jersey, DaJuan Marquett Wagner. “The Messiah”. 1 metro e 85 centimetri di talento puramente distillato, sparso inizialmente alla locale Camden High School, in cui un giorno (non) come gli altri decise di scriverne a referto tanti quanti ne limò Chamberlain ai Knicks nella storica gara del 2 marzo 1962. Senior’s season chiusa con 42 pts ad allacciata di scarpe, ovviamente record. Il giovane DJW cresceva così come la sua popolarità e, prima di asciugare la bava ai vari scout Nba, decise di prestare i propri servigi a coach Calipari, fermata Memphis University del treno che porta al piano di sopra. Vederlo attacare il ferro in maniera sì variegata è un piacere assoluto per ogni pupilla tanto quanto è un viaggio all’inferno e ritorno per i suoi difensori. Al termine della prima ed ultima stagione al college chiude oltre le 20 pepite a sera cui si aggiungono il titolo di Freshman of The Year e quello di Mvp (con messa in bacheca) del NIT. Come detto, Next Stop: Nba. Alla numero 6 lo pesca Cleveland, convinta di aver compiuto un autentico furto. Il destino si rivelerà beffardo: Wagner viaggia a 13 di media nell’anno da rookie ma con all’attivo circa metà delle 82 partite giocabili, visti i gravi problemi intestinali (colite) che cominciano sinistramente ad affliggerlo. Con il tempo le cose vanno addirittura peggiorando, così come le cifre, e le partite disputate saranno 55 nel giro di due anni. Terminato il “canonico” contratto triennale per i giocatori provenienti dal draft, i Cavs scelgono l’opzione del non-rinnovo e per la serie “se può andar peggio, stai sicuro che ci va”, DaJuan è costretto anche all’asportazione del colon con conseguente abbandono del basket giocato per l’annata in divenire. Ripartire non è la cosa più semplice da fare ed infatti “The Messiah” con la faccia da bambino non rivedrà più il vero sé stesso. La comparsata dello scorso anno in Polonia, al Prokom Sopot, ha di che definirsi malinconica ed il presente è ora affidato alle mani e ai metodi del rinomato preparatore atletico Tim Grover. La speranza non morirà mai, ma probabilmente il sogno era finito prima ancora di aver dato libero sfogo alla fantasia.

L’aria di Cleveland, o “The Mistake on the Lake” come veniva da molti soprannominata, doveva però avere qualcosa di sbagliato, di maligno all’epoca dell’ingresso di Wagner nella Nba: la squadra fu infatti costruita attorno, oltre che al rookie da Memphis, a gente come Ricky Davis, Zydrunas Ilgauskas e ad un astro nascente proveniente dai Los Angeles Clippers che risponde al nome di Darius Miles. Il primo è un “cavallo pazzo” natìo, non a caso, di Las Vegas, saltatore irreale, che durante l’anno in questione diverrà autentico idolo per le generazioni future quando sul finire di una gara abbondantemente in ghiaccio, ad un rimbalzo dalla prima tripla doppia in carriera, con una magata assoluta sbaglierà volontariamente un lay-up nel… proprio canestro per cercare di catturare la fatidica carambola, venendo però prontamente “linciato” da un accorrente DeShawn Stevenson. La disperazione di coach Paul Silas nei confronti di un giocatore mai amato, raggiungerà i massimi storici. Il lituano fu invece incredibilmente martoriato dagli infortuni che lo costrinsero a saltare quasi 300 partite nei primi sei anni di Nba, ponendo così ovviamente un forte limite alle capacità atletiche del centro da Kaunas (non a quelle tecniche però che, grazie ad una fortunatamente ritrovata stabilità, negli ultimi anni gli hanno permesso di ergersi tra i top nel suo ruolo, merito anche con buona probabilità della presenza in squadra di LBJ 23, verso il quale le difese stanno più attente di un radar militare). D-Miles infine era uno che al proprio arrivo nella Lega indusse molti dottori e scienziati a riscrivere i manuali di anatomica ed al contempo rivedere qualsiasi formula gravitazionale. Membro ufficiale della “banda delle fascette”, completata da Lamar Odom, Quentin Richardson, Corey Maggette, Elton Brand e Keyon Dooling, che riuscì a rendere i Clippers la squadra più divertente d’ America, Darius abbagliò il mondo nel giorno dell’All Star Saturday allorchè, nonostante la sconfitta del team dei primo anno, si abbattè con sei vorticose schiacciate di indescrivibile spettacolarità e bellezza sui malcapitati avversari, puntualmente posterizzati senza scrupoli. I miglioramenti dei Clips però tardarono ad arrivare nei due anni con Miles ed il tassello mancante, secondo il coach Alvin Gentry, doveva essere un playmaker: senza esitazione fu quindi scambiato, insieme ad Harold Jamison (si, quello di Ferrara), per Andre Miller, alquanto sconcertato in Ohio. La fiducia riposta dallo staff dei Cavs nell’ex talento di East Saint Louis HS però non ha mai pagato i dividendi sperati (la media punti calante ne è un esempio evidente) ed è così che con l’avvento (vero e proprio) di “The King”, LeBron James, Miles ha cambiato quasi immediatamente aria con il trasferimento a Portland. Nella “Rose City” il suo immenso potenziale sembrava finalmente in grado di essere sprigionato dopo due campionati in abbondante “double-digit”, finchè una maledetta “microfracture surgery” (vero incubo di qualunque cestista) non ha tarpato le ali ad un volo (apparentemente) sempre più continuo e strabiliante che aveva lasciato molti a bocca aperta fin dal principio. L’odore di ritiro a 24 anni è una gran brutta bestia.

Di quella fantastica compagine faceva anche parte un ragazzo dell’Alaska, transitato alla corte di Coach K a Duke, chiamato Carlos Boozer, il quale al termine dell’annata successiva compì “Il Tradimento”, venendo letteralmente considerato al pari di Giuda dai tifosi dei Cavs (che gli hanno pure dedicato il sito internet, “Carlos Loozer.com”): il misfatto sta nell’aver dato la propria parola per un rinnovo contrattuale sicuro con Cleveland, salvo poi accettare l’offerta decisamente più remunerativa (nell’ordine di milioni) e favorevole dal punto di vista tecnico (un ruolo da leader assicurato) di Utah pochi giorni dopo. Che il 99,9% dei viventi avrebbe fatto la medesima scelta, conta poco. Cavaliers e Clippers sono comunque due universi a parte all’interno di quella Nba che un modo per farti divertire lo trova e lo troverà sempre.

E qual'è il metodo più sicuro per entusiasmare tifosi ed osservatori di cinque continenti? "The Dunk", of course. I puristi avranno sicuramente ogni motivo e ragione per dissentire, ma obiettivamente l'adrenalina, dopo azioni ad alta quota, tende a salire a livelli inusitati. Le schiacciate, proprio per loro natura, sono sempre state accompagnate da istinti di supremazia, dominio, forza, voglia di ergersi al di sopra degli altri e colmare, anche se in piccolissima parte, quell'eterno desiderio (umano) di volare. Di "Icaro" nella storia di questo gioco ce ne sono stati tanti (lo stesso Darius Miles, non è che una controprova) e solo in pochi sono diventati indimenticabili. Fare paragoni è tanto impossibile quanto inutile, ma proprio nessuno ha mai conciliato nella medesima maniera le capacità acrobatiche, atletiche, tecniche e artistico-creative del Vince Carter ai tempi di Toronto e in parte New Jersey. Shaquille O’Neal lo ribattezzò, già al suo primo anno, “Half Man-Half Amazing” senza che nessuno osasse nemmeno vagamente propugnare un minimo di cautela. Incurante delle vertigini, "Vincecredible" è entrato con un braccio nel canestro, ha scalato vette sensazionali come i 220 centimetri di Frederic Weiss alle Olimpiadi di Sidney 2000 (“folle volo” avrebbe detto Dante), fatto colazione, pranzo e cena sulle teste di stoppatori del calibro di 'Zo Mourning, Dikembe Mutombo, Tim Duncan (saltato anche lui letteramente come il francesone) e Ben Wallace, roteato a 360° “mulinando”, ma soprattutto planato con uno stile mixato di eleganza e potenza senza precedenti: un autentico viaggio trascendente in prima classe extra-lusso. Molti non saranno magari d’accordo ed argomenti confutativi come possono essere Julius Erving (il candidato principale nella corsa ideale verso lo scettro), Michael Jordan, Dominique Wilkins o, in tempi moderni, LeBron James hanno anche il loro fascino, ma quel Vincent Lamar Carter da Daytona Beach, a mio modesto parere, il fiato te lo toglie come nessun altro. Se da una parte ci sono i grandi schiacciatori, esiste comunque anche l’altro lato della medaglia, cioè quegli sventurati difensori che arrivando in aiuto al proprio compagno battuto vengono puntualmente posterizzati (come dicono al di là dell’Oceano) dal saltatore di turno, il quale non raramente e con buoni diritti si concede anche uno sguardo tra il cattivo e l’irrisorio verso il malcapitato, per cui oltre al danno si aggiunge la beffa. Storicamente questi gesti di sfida sono stati rivolti in particolar modo dalle iper atletiche guardie/ali verso i centroni dai 7 piedi in su, capaci di stopparti anche senza saltare e dunque visti un po’ come quel poliziotto corrotto ed intoccabile (sovente materia televisiva), cui le stesse angherie proferite ad un certo punto si ritorcono contro con enorme soddisfazione non solo dell’ex “vittima” ma anche degli spettatori a casa. Uno di questi “sbirri” d’area è stato certamente Shawn Bradley: mai visto qualcuno così a lungo abbonato nel finire sui poster delle camere e dei muri di tutto il mondo. Nei nove anni (dal 1996 fino al suo ritiro avvenuto nel 2005) di militanza con la canotta dei Dallas Mavericks, questo mormone, soprannominato non a caso “Mormon Mantis” (la mantide mormona), con passaporto tedesco , fu assolutamente fatto oggetto di un concorso di schiacciate facciali da parte di tutti i migliori dunker della Lega, tanto da finire costantemente nella Top 10 di Nba Action, seppur dalla “parte sbagliata della luna”. Tra i più assidui partecipanti si annoverano il già citato Carter e suo cugino (di alto, alto… altissimo grado) Tracy McGrady, Kevin Garnett, Keon Clark (altra incredibile storia di pterodattilo atleticamente strabordante, che viene però ricordato per due cose: ovviamente la schiacciata in testa a Bradley con fallo a conclusione di una specie di terzo tempo in “fade away”, e la spropositata mole di problemi legali al di fuori del parquet, fra cui l’uso spregiudicato di marijuana e cocaina, motivo primario del suo allontanamento dalla Nba), Kenyon Martin negli anni mirabolanti di New Jersey al fianco di Jason Kidd, Donyell Marshall in quelli di Salt Lake City e Shaquille O’Neal, che alla sola vista dell’ex Brigham Young University tirava fuori istinti “godzilleschi” di distruzione del ferro e dintorni. Anni ruggenti.

Anni in cui “Tony Tiger”, o meglio noto come Tony Delk, sfoderò una prestazione da 53 perle in 50’ contro i suoi ex compagni di Sacramento.

Nato a Covington, Tennessee, fu campione NCAA 1996 con la Kentucky di Pitino, che sconfisse la Syracuse University di Jim Boheim e John Wallace al termine di un torneo eccezionale in cui i Wildcats vinsero ogni gara di almeno sette punti (le prime quattro dai venti in su) e Tony fu eletto Most Outstanding Player (MVP sostanzialmente) della Final Four dopo i 24 che mandarono in archivio la stagione. L’Nba si è però rivelata più dura del previsto, vista la sua tendenza ad essere una guardia nel corpo di un play, e così il passo da possibile stella a gregario è stato breve. Dopo tante difficoltà, è transitato poi dalle parti del Pireo, a domicilio del Panathinaikos con cui fece il grande Slam, anche se in maggio venne allontanato per problemi disciplinari e con la dirigenza. Il suo meglio (tra i Pro, of course) lo diede però proprio in quella fresca serata di gennaio del 2001 (in maglia Suns), chiusa a 20/27 dal campo, senza nessun tentativo da oltre l’arco e facendo scendere più di una lacrimuccia a molti puristi del Gioco: “Impossible is nothing”. E’ anche, o forse soprattutto, così che qualcuno può bussare alla porta del cuore e delle emozioni vere.

Anni della maledizione playoff per lo “Sceriffo”.

Parliamo cioè di Shareef Abdur-Rahim, Mr. Eleganza dai movimenti ghepardeschi, che in nove anni statisticamente rilevanti (20+9 assicurato) tra Vancouver Grizzlies, Atlanta Hawks e Portland Trail Blazers, non ha mai raggiunto quella benedetta post season e quel livello che per molti avrebbe dovuto competergli. Nel 2004 bruciò addirittura il record di match consecutivi disputati senza playoff per un giocatore. La stagione seguente doveva essere l’anno giusto, con il trasferimento ai Nets del trio Kidd-Carter-Jefferson: le visite mediche diedero però incredibilmente responso negativo e l’ex terza scelta del Draft ’96 si vide costretto a ripiegare sui Kings. Ma proprio con questi, nonostante problemi tecnici e gestionali (compresa l’esclusione dal quintetto), ottenne il pass per l’Elite Eight della Western Conference. I sogni, tuttavia, spesso non sono come te li eri immaginati ed incontrare gli Spurs, benché non nelle annate dispari, è stato sempre arduo per tutti. Poi arrivarono gli infortuni; infine il ritiro. Grazie lo stesso, Shareef.

Anni di dolore e lacrime.

Best Friends Capitolo 1





CAPITOLO I

Icone, idoli, miti, leggende. Ognuno ha avuto il proprio modello, la suprema fonte d’ispirazione e guida, magari anche solo inconsciamente, dei propri intenti. Ebbene, spasimando per quello sport legato al tiro di una palla in un cesto, cui un professore di educazione fisica canadese, poi naturalizzato americano, Dr. James Naismith, diede i primi natali sotto il nome di “BASKETBALL” , non si può non essere stati stregati anche solo una volta da quell’ottava meraviglia del mondo conosciuto che fu Michael Jeffrey Jordan. Sua Altezza, grazie. La bellezza e spettacolarità del gesto tecnico ed atletico, uniti ad una mentalità vincente se ce n’è una, ad una esplosività difficilmente spiegabile a parole e ad una padronanza totale dei propri mezzi hanno avuto, su molti adoranti discepoli, lo stesso effetto percepito da Dante al cospetto di Nostro Signore: ineffabilità. D’altronde, un paragone (per assurdo) tra Dio e il numero 23 fu anche azzardato, ben prima del doppio three-peat, da tale Larry Joe Bird da French Lick, Indiana, altro personaggio che tra fine anni ’70 ed inizio anni ’90, in concomitanza con il nemico-amico Earvin “Magic” Johnson ed un “Dottore” di stanza a Philadelphia, Julius Erving, vergò indimenticabili pagine cestistiche che proiettarono definitivamente il basket e in particolar modo la Nba, su di un altro pianeta. Definitivamente perché, a dire il vero, un paio di apripista avevano anche fatto la loro comparsa sui nostri teleschermi. Tra questi, in ordine sparso, è obbligatorio ricordare Bill Russell (più anelli di campione che dita ed un irripetibile impatto difensivo sulle partite), Oscar Robertson (colui che una tripla doppia non osò mai negarsela), Willis Reed & Walt Frazier (gli eroi dei due titoli Knicks del ’71 e ’73), “Pistol” Pete Maravich (meraviglioso prestigiatore del parquet che sostituì il cilindro magico con la palla a spicchi), Earl “The Pearl” Monroe (pura “poetry in motion”), Jerry West (Mr.Logo, della Nba naturalmente) ed Elgin Baylor, ma soprattutto due cui fu la Lega ad essersi dovuta adeguare e non viceversa: Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar. Il primo ha riscritto ogni record statistico individuale, sverginando pure una irraggiungibile (per i comuni mortali) quota 100 ai punti segnati in singola gara, senza però mai ottenere il giusto corrispettivo in anelli che la più devastante macchina cestistica di sempre avrebbe probabilmente meritato; il secondo è invece, più semplicemente, il miglior realizzatore ogni epoca della National Basketball Association che lo vide dominare inizialmente sotto il nome di Lewis Alcindor (titolo con “The Big O” a Milwaukee) e cui nemmeno la conversione all’Islam impedì di massacrare gli avversari a suon di Sky Hook (il celeberrimo gancio cielo) e punti (abbondando oltre i 38.000). Altri anni rispetto a quelli contemporanei, altra epoca in cui il college basketball era il principale, anzi unico, serbatoio per i Pro ed il draft sforava alla grande oltre il deca di giri, così concedendo ai vari GM Nba libero sfogo per una vena creativa impagabile nelle scelte.

I tempi, come le persone, hanno però continuato inesorabilmente a cambiare (i grandi classici avrebbero parlato di caducità del tempo), lasciandosi dietro un retrogusto di amaro che tuttavia, molto spesso, una ventata di freschezza è fortunatamente in grado subito di affievolire. E “Golia” (intesa come caramella balsamica) della situazione è stata, a partire dall’esatta metà dei ’90, una filiforme ala di 211 benedetti centimetri proveniente da Mauldin, South Carolina, la quale raggiunse gli splendidi paesaggi del Minnesota direttamente dalla Farragut Career Academy High School del quartiere di South Lawndale, Chicago, segnando l’avvento di una nuova era: Kevin Garnett. La realtà dei fatti afferma comunque che non è stato l’attuale campione Nba con i Boston Celtics il primo giocatore ad aver sviato il college, ma furono bensì tra il 1974 e il 1975, Bill Willoughby (un journeyman che fu scelto dagli Atlanta Hawks), Moses Eugene Malone (uno dei centri più dominanti della storia di questo meraviglioso sport ed MVP della finale vinta con Philadelphia nel 1983) e l’ex Sixers ed Auxilium Torino Darryl Dawkins, istrione del parquet cui si deve l’innovazione forzata dei canestri sganciabili in seguito al continuo martirio di tabelloni prodotto da poderose e variopinte (soprattutto “nominalmente”) schiacciate. Altri tempi, sì, ma che tempi!, in cui la serie A nella “mia” Torino era una realtà dovuta e meritata, al confronto di un oggi murato dove gli spiragli di grande pallacanestro passano per fori tanto minuscoli da parere immutabili.

Poco prima dell’esordio di KG, soprannominato “The Revolution” non a caso, aveva però fatto il suo ingresso nella Lega, uno tra i centri più dominanti “ever”, (per ora) ultimo erede naturale di quella catena generazionale che ebbe in George Mikan (degli allora Minneapolis Lakers) il degno capostipite, seguito poi dai già citati Russell, Chamberlain e Abdul-Jabbar (con la possibilità di inserire anche Hakeem Olajuwon, David Robinson e Patrick Ewing, i quali non avevano però nello strapotere fisico il principale “strumento” di dominio): si parla ovviamente di Mr. Shaquille O’Neal.

La supremazia applicata ai 28 X 15 metri del natio di Newark (New Jersey), è sempre stata seconda solo alla contagiante simpatia di cui madre natura gli ha fatto gentile concessione: indimenticabile la suoneria “anti-Divac” composta dopo la vittoria nella finale di Western Conference del 2002 proprio contro la Sacramento del centro serbo o il jingle rap improvvisato circa sei mesi prima in risposta alle critiche di Bill Walton sul suo eccessivo peso corporeo (concluso con “I’ll back Bill Walton down and he’ll start crying like Mutombo”). I Playoff della stagione 2000/2001, quella centrale all’interno del “back-to-back…-to-back” losangelino, sono stati il pass per accedere alla ristretta cerchia, od Olimpo che dir si voglia, di cui sopra: 16 “doppie vu”, una sola sconfitta (combinata dal miglior Allen Iverson in carriera, un altro che la nomea di idolo se la merita ogni sera tra ottobre e giugno) ed un’onnipotenza assoluta (30 e 15 abbondantissimi di media) che solo Wilt “The Stilt” ed M.J. furono capaci di mostrare agli occhi del resto dell’umanità. Umanità, appunto.