

For the love of the Game...






“The Allen Iverson experiment with the Memphis Grizzlies is over.
Memphis announced Monday that the team has ended its one-year contract with the 10-time All-Star and former league MVP in what it called a mutual agreement. Iverson was not placed on waivers by the 6 p.m. ET deadline on Monday so is expected to be waived on Tuesday, a league source told ESPN.com's Chris Sheridan.
Under the agreement, Iverson will receive only a fraction of the $3 million he was scheduled to earn.”
Tre partite. Ecco quanto è durata l'esperienza nel Tennessee di Allen I.
Che i rapporti con l'ambiente si fossero ben presto deteriorati era chiaro; che in breve si sarebbe giunti ad una risoluzione anche. The Answer adesso rischia di fare la fine di Latrell Sprewell, sempre che una "pazza idea" e uno stilista non lo salvino...



- Un altro spazio della mia libreria cestistica è occupato da BasketBiz: I Signori del Gioco di Eldon L. Ham. La sintesi, presa dal sito “libreriadellosport.it” (e sostanziale copia di quella presente sul testo originale), recita così: “Un libro sull'irresistibile storia dell'ascesa della National Basketball Association come non era mai stata raccontata prima. Porta alla luce decenni di manipolazioni dietro le quinte e di battaglie campali che hanno forgiato la lega e generato una macchina da spettacolo che sembrava perfetta, prima del brutto pasticcio di egoismi e bigliettoni che ha portato alla quasi distruzione del 1998. I Signori del Gioco spiega nel dettaglio come gli insider, quali David Stern, Rod Thorn, Jerry Reinsdorf, Ted Turner ed altri, hanno collaborato con la superstar Michael Jordan, il suo agente David Falk, la Nike ed i media televisivi nell'architettare la più grande società per la commercializzazione dello spettacolo nella storia dello sport professionistico.”
Dalla stagione del lockout qualcosa è naturalmente cambiato e a svariati quesiti posti nel libro il tempo ha dato la sua risposta. Ciononostante, a forza di sentire pronunciare frasi come “it’s just business”, il rischio di salutare definitivamente l’anima più pura del gioco rimane ben presente nell’aria. La crisi globale dell’economia inoltre costringe a rimanere sempre all’erta e come si chiede Ham, “la Nba sarà in grado di mantenere la sua grande popolarità ed evitare il tracollo finanziario?”. Per fortuna, loro e nostra, esistono i vari Kobe, Dwyane e LeBron, eredi diretti di Sua Maestà il 23, ed altri sono già in ‘programmazione’.
L’autore fa i conti con le guerre interne ed esterne vissute dalla Lega fin dalle origini, presentandole con “uno sguardo imparziale”: l’esito regala ad un lettore come me una nuova, inesplorata, prospettiva del mondo del basket USA, troppo spesso visto solo come ricoperto di rose e fiori. Non è così; non lo è mai stato. Niente però serve a spiegare meglio le cose di un resoconto completo della realtà dei fatti: in questo, c’è da dire, Eldon Ham è un maestro.
Ecco un estratto dal capitolo:
“Quando Minnesota scelse il rookie Kevin Garnett, che proveniva dall’High School (e poi firmò un contratto record di 126 milioni di dollari), Garnett non solo si conquistò le copertine, ma attirò anche l’attenzione di tutti i proprietari Nba, i quali finalmente capirono a che punto erano arrivati: alla perdita completa del controllo. Nessuno – forse nemmeno i proprietari stessi – è in grado di ripercorrere con sicurezza la genesi del lockout e del braccio di ferro dei proprietari, avvenuto nel 1998; ma si potrebbe scommettere sul fatto che, il giorno della firma del contratto di Garnett, avvenuto nei primi giorni dell’autunno 1997, un missile economico le cui onde d’urto arrivarono direttamente ai portafogli dei signori del gioco si abbattè sulla lega.”
Steals Leaders: oggi come oggi in testa al gruppo c’è un diabolico Rajon Rondo @ Boston, con 3 furti netti a partita; subito dietro troviamo un sorprendente, ma non nuovo per la categoria, Larry Hughes @ NYC _2.29 (che se ogni tanto recapitasse qualche pallone in più nelle mani del Gallo sarebbe anche maggiormente degno di lode), poi ex-equo il Mamba @ sapete dove e Mario Chalmers @ Miami, entrambi a quota 2.25. Complimenti a Super Mario comunque, non tanto perché è stato fin’ora bravo a non patire la presenza del boricua Arroyo, quanto perché resistere ad alti livelli dalle parti di South Beach (dove ogni sera due sirene ti attraggono) non è cosa facile.
1- Resto con Rajone nostro, perché da uno così ti puoi aspettare tutto…
2- KB24 da Hollywood ruba palloni e riflettori a chiunque e a piacimento…
3- Dico D-Wade. Il soprannome, “Flash”, penso dia già un’idea del tipo, poi come si insinua lui nelle linee di passaggio non lo fa nessun altro…
Possibili outsider: Mariolino Chalmers resta, Larry Hughes meglio aspettare a cantar vittoria. Il Barone @ Clippers è costantemente appostato dietro i primi e non lo escluderei affatto, al pari di Danny Granger @ Indiana (ormai una delle stelle del firmamento Nba); oltre a questi però, un euro su Andre Iguodala @ Città dell’Amore Fraterno lo spendo volentieri. Ah: nel caso, di Lebrone già sapete.
Turnovers leaders: qui non compilo nemmeno una classifica. Primo, davanti a tutti a mani basse, c’è e ci sarà sempre quel meraviglioso giocatore che risponde al nome di Gilbert Arenas @ Washington. Un “Wizard” pure nel gettare al vento lo Spalding ma ad un talento del genere io concedo qualsiasi cosa. Grazie veramente di tutto Agent 0.
Scoring Leaders: più o meno la classifica è la medesima dei papabili al titolo di MVP. Attualmente Kobe @ L.A. ne verga 33 ad uscita (1°), Wade @ Heat scrive puntualmente 30.6 (2°) e James @ Cleveland 28.2 (6°). In mezzo ci sono Kevin Martin (superlativo @ Sac-Town), ‘Melo @ Denver (che ha dichiarato di non essersi mai sentito così carico ed in forma come quest’anno) e Chris Bosh @ Toronto (quasi 29 a notte, col 50% dal campo e un perfetto 8/8 da tre totale).
1- Kobe resta lì.
2- Flash pure.
3- Tra LBJ e Kevin Martin, vado col secondo… tanto per cambiare un pò…
Possibili outsider: al di fuori dei già citati resta poco. Unici intrusi, di lusso peraltro, possono risultare WunderDirk @ Dallas e l’elettrizzante Kevin Durant @ OKC.
Piccola postilla: il Mago viaggia a 19.6 di media, il Gallo a 15.4. Vi vogliamo così!
CAPITOLO III
20 dicembre 1969. Baton Rouge, profonda Louisiana, profondo Sud degli States: le giornate in estate sono umide ed afose, a volte appaiono interminabili, i rumori della vegetazione rischiano di essere alla lunga insopportabili ma con l’abitudine si tramutano nella tua colonna sonora giornaliera. Il clima forgia il carattere dei nativi di queste zone: pronuncia allungata, andatura lenta, quasi rilassata o “molleggiata”, l’etica lavorativa, l’assaporare appieno le giornate come “modus vivendi”, il football come religione.
12 gennaio 2000. Charlotte, North Carolina: “The Queen City”, al tempo dimora della franchigia Nba degli Hornets, è il centro finanziario, economico e punto di riferimento totale per lo Stato che comprende anche la “Tobacco Road”, campo di battaglia per l’eterna rivalità tra UNC e Duke e area dalla cui atmosfera si potrebbe estrarre l’essenza più pura del basket (cosa che potrebbe aver fatto il più grande di sempre, Michael Jordan, nato a Brooklyn, ma cresciuto fisicamente a Wilmington e cestisticamente proprio alla University of North Carolina, sotto i comandamenti di Dean Smith) . Il life-style moderno e frizzante poi nasconde una metropoli non ancora compiutasi al 100%.
Tra queste due date, questi due luoghi è intercorsa la vita di Bobby Ray Phills II, un figlio come tanti del Mississippi, ma anche ragazzo d’oro, che partendo dalla non memorabile Southern University di Baton Rouge (28 ad allacciata di scarpe nella stagione da senior), tradusse in realtà un sogno chiamato Nba. Per completarlo però si rese necessaria un’ulteriore gavetta visto che, dopo la scelta al numero 45 del Draft 1991 ed una stagione vissuta da spettatore non pagante sulla panchina di Milwaukee, dovette ripiegare sui parchi di Sioux Falls, in CBA. Il martirio durò per fortuna lo spazio di qualche mese, fin quando non fu Cleveland, convinta dai 23 punti in dotazione a serata, a riportarlo nella Lega “cugina” di maggior prestigio. Sei anni in Ohio (intorno ai 10 punti di media), a cui ne seguirono tre da Hornet al fianco di gente come Glen Rice (superbo tiratore da qualsiasi distanza e vincente sia a livello collegiale con Michigan, che al piano superiore con i Lakers di Kobe e Shaq), Dell Curry (altro shooter balisticamente notevole, il cui figlio Stephen sta attualmente facendo onde in NCAA con Davidson University), Tony Delk, Vlade Divac (“Marlboro Man” e due mani all’europea che per un centro di quella stazza lì dovrebbero essere off-limits), Tyrone “Muggsy” Bogues (
Passarono sei mesi, altro incidente d’auto e altro lutto che sconvolse
Due tragedie, ma sfortunatamente non le prime e nemmeno le ultime. Vedi Eddie Griffin, “il Grifone”, che spesso e volentieri incantò tutti alla High School (la rinomata Roman Catholic di Philadelphia) e al college (Seton Hall), prima di incontrare anni problematici tra Houston, New Jersey e Minnesota. Dopo il taglio da parte dei Timberwolves, venne spazzato via da un treno ma soprattutto dai problemi con l’alcool, da una testa in cui riaffiorava incessantemente la morte del fratellastro, dall’eccessiva tendenza del suo animo a mostrare il lato più aggressivo. Nella “città dell’amore fraterno” Eddie aveva costruito la sua vita chiudendo il cuore al mondo esterno, un mondo che nell’agosto 2007 avrebbe rimpianto per l’ultima volta un enorme talento talmente perduto da ignorare i segnali di pericolo del passaggio ferroviario. Altre luci e nulla più.
Le morti a noi più vicine però, inevitabilmente aumentano la nostra tristezza, sgretolando al contempo le nostre certezze. E il giocatore cui l’Europa è sempre stata più legata e per cui maggiormente ha inondato fiumi di lacrime miste a parole, è sicuramente Drazen Petrovic. Un’irripetibile sinfonia di passione, tiro e sudore durata 29 anni, composta dal “Mozart dei canestri”, forse il più forte giocatore ogni epoca al di qua dell’Atlantico.
E’ il 22 ottobre
Trascorso un fantastico quadriennio, Drazen sente la necessità ed il bisogno di nuove sfide e, pur portando sempre nel cuore i momenti vissuti dentro la futura “Drazen Petrovic Basketball Hall”, opta per il blasone di una squadra come il Real Madrid che all’elevata competizione affianca, ad ogni modo, due soldini mica da ridere. Ma la passione va oltre il vil denaro. La limitatezza del linguaggio prorompe tutta d’un colpo, in quanto il fiume di aggettivi finisce per seccarsi nel giro di qualche mese. Le stesse meraviglie mostrate col Cibona, “Petro” le riproduce tali e quali con la “camiseta blanca”: LeBron James oggi è il “Re”, Drazen Petrovic allora era l’ “Imperatore”. In finale di Coppa delle Coppe,
CAPITOLO II
A voce di tutti, o quasi, il meno terrestre è solo e sempre stato Jordan ed è forse per questo motivo che dal suo (primo) ritiro si è costantemente cercato qualcuno in grado di raccoglierne il testimone: esplorate e quindi abbandonate le piste che conducevano a Grant Hill, Vince Carter, Tracy McGrady (e tanti altri…) il Graal, la corona, lo scettro o chiamatelo come volete, è finito nelle mani di Kobe Byrant. Co-protagonista nei Lakers accennati sopra, ma sempre un gradino sotto Shaq come importanza, il figlio dell’ex Reggio Emilia Joe “Jelly Bean” Bryant, ha già ampiamente dimostrato che come singola individualità il paragone col “numero
Miti e leggende sono però sovente anche figure o addirittura squadre che alla resa dei conti hanno concretizzato ben poco, ma che per qualcuno e per qualche ragione sono assorti al ruolo di “immortali”. Il mio pensiero, ad esempio, sentendo parlare (e guardando giocare) gente apparentemente predestinata come Sebastian Telfair, OJ Mayo o il Greg Oden di turno (LeBron James merita un discorso a parte, anche due…) va sempre irrimediabilmente a ripescare il nome di colui che avrebbe dovuto prendere in mano le redini di successore naturale di “The Answer”: da Camden, New Jersey, DaJuan Marquett Wagner. “The Messiah”.
L’aria di Cleveland, o “The Mistake on the Lake” come veniva da molti soprannominata, doveva però avere qualcosa di sbagliato, di maligno all’epoca dell’ingresso di Wagner nella Nba: la squadra fu infatti costruita attorno, oltre che al rookie da Memphis, a gente come Ricky Davis, Zydrunas Ilgauskas e ad un astro nascente proveniente dai Los Angeles Clippers che risponde al nome di Darius Miles. Il primo è un “cavallo pazzo” natìo, non a caso, di Las Vegas, saltatore irreale, che durante l’anno in questione diverrà autentico idolo per le generazioni future quando sul finire di una gara abbondantemente in ghiaccio, ad un rimbalzo dalla prima tripla doppia in carriera, con una magata assoluta sbaglierà volontariamente un lay-up nel… proprio canestro per cercare di catturare la fatidica carambola, venendo però prontamente “linciato” da un accorrente DeShawn Stevenson. La disperazione di coach Paul Silas nei confronti di un giocatore mai amato, raggiungerà i massimi storici. Il lituano fu invece incredibilmente martoriato dagli infortuni che lo costrinsero a saltare quasi 300 partite nei primi sei anni di Nba, ponendo così ovviamente un forte limite alle capacità atletiche del centro da Kaunas (non a quelle tecniche però che, grazie ad una fortunatamente ritrovata stabilità, negli ultimi anni gli hanno permesso di ergersi tra i top nel suo ruolo, merito anche con buona probabilità della presenza in squadra di LBJ 23, verso il quale le difese stanno più attente di un radar militare). D-Miles infine era uno che al proprio arrivo nella Lega indusse molti dottori e scienziati a riscrivere i manuali di anatomica ed al contempo rivedere qualsiasi formula gravitazionale. Membro ufficiale della “banda delle fascette”, completata da Lamar Odom, Quentin Richardson, Corey Maggette, Elton Brand e Keyon Dooling, che riuscì a rendere i Clippers la squadra più divertente d’ America, Darius abbagliò il mondo nel giorno dell’All Star Saturday allorchè, nonostante la sconfitta del team dei primo anno, si abbattè con sei vorticose schiacciate di indescrivibile spettacolarità e bellezza sui malcapitati avversari, puntualmente posterizzati senza scrupoli. I miglioramenti dei Clips però tardarono ad arrivare nei due anni con Miles ed il tassello mancante, secondo il coach Alvin Gentry, doveva essere un playmaker: senza esitazione fu quindi scambiato, insieme ad Harold Jamison (si, quello di Ferrara), per Andre Miller, alquanto sconcertato in Ohio. La fiducia riposta dallo staff dei Cavs nell’ex talento di East Saint Louis HS però non ha mai pagato i dividendi sperati (la media punti calante ne è un esempio evidente) ed è così che con l’avvento (vero e proprio) di “The King”, LeBron James, Miles ha cambiato quasi immediatamente aria con il trasferimento a Portland. Nella “Rose City” il suo immenso potenziale sembrava finalmente in grado di essere sprigionato dopo due campionati in abbondante “double-digit”, finchè una maledetta “microfracture surgery” (vero incubo di qualunque cestista) non ha tarpato le ali ad un volo (apparentemente) sempre più continuo e strabiliante che aveva lasciato molti a bocca aperta fin dal principio. L’odore di ritiro a 24 anni è una gran brutta bestia.
Di quella fantastica compagine faceva anche parte un ragazzo dell’Alaska, transitato alla corte di Coach K a Duke, chiamato Carlos Boozer, il quale al termine dell’annata successiva compì “Il Tradimento”, venendo letteralmente considerato al pari di Giuda dai tifosi dei Cavs (che gli hanno pure dedicato il sito internet, “Carlos Loozer.com”): il misfatto sta nell’aver dato la propria parola per un rinnovo contrattuale sicuro con Cleveland, salvo poi accettare l’offerta decisamente più remunerativa (nell’ordine di milioni) e favorevole dal punto di vista tecnico (un ruolo da leader assicurato) di Utah pochi giorni dopo. Che il 99,9% dei viventi avrebbe fatto la medesima scelta, conta poco. Cavaliers e Clippers sono comunque due universi a parte all’interno di quella Nba che un modo per farti divertire lo trova e lo troverà sempre.
E qual'è il metodo più sicuro per entusiasmare tifosi ed osservatori di cinque continenti? "The Dunk", of course. I puristi avranno sicuramente ogni motivo e ragione per dissentire, ma obiettivamente l'adrenalina, dopo azioni ad alta quota, tende a salire a livelli inusitati. Le schiacciate, proprio per loro natura, sono sempre state accompagnate da istinti di supremazia, dominio, forza, voglia di ergersi al di sopra degli altri e colmare, anche se in piccolissima parte, quell'eterno desiderio (umano) di volare. Di "Icaro" nella storia di questo gioco ce ne sono stati tanti (lo stesso Darius Miles, non è che una controprova) e solo in pochi sono diventati indimenticabili. Fare paragoni è tanto impossibile quanto inutile, ma proprio nessuno ha mai conciliato nella medesima maniera le capacità acrobatiche, atletiche, tecniche e artistico-creative del Vince Carter ai tempi di Toronto e in parte New Jersey. Shaquille O’Neal lo ribattezzò, già al suo primo anno, “Half Man-Half Amazing” senza che nessuno osasse nemmeno vagamente propugnare un minimo di cautela. Incurante delle vertigini, "Vincecredible" è entrato con un braccio nel canestro, ha scalato vette sensazionali come i
Anni in cui “Tony Tiger”, o meglio noto come Tony Delk, sfoderò una prestazione da 53 perle in
Nato a Covington, Tennessee, fu campione NCAA 1996 con
Anni della maledizione playoff per lo “Sceriffo”.
Parliamo cioè di Shareef Abdur-Rahim, Mr. Eleganza dai movimenti ghepardeschi, che in nove anni statisticamente rilevanti (20+9 assicurato) tra Vancouver Grizzlies, Atlanta Hawks e Portland Trail Blazers, non ha mai raggiunto quella benedetta post season e quel livello che per molti avrebbe dovuto competergli. Nel 2004 bruciò addirittura il record di match consecutivi disputati senza playoff per un giocatore. La stagione seguente doveva essere l’anno giusto, con il trasferimento ai Nets del trio Kidd-Carter-Jefferson: le visite mediche diedero però incredibilmente responso negativo e l’ex terza scelta del Draft ’96 si vide costretto a ripiegare sui Kings. Ma proprio con questi, nonostante problemi tecnici e gestionali (compresa l’esclusione dal quintetto), ottenne il pass per l’Elite Eight della Western Conference. I sogni, tuttavia, spesso non sono come te li eri immaginati ed incontrare gli Spurs, benché non nelle annate dispari, è stato sempre arduo per tutti. Poi arrivarono gli infortuni; infine il ritiro. Grazie lo stesso, Shareef.
Anni di dolore e lacrime.

CAPITOLO I
Icone, idoli, miti, leggende. Ognuno ha avuto il proprio modello, la suprema fonte d’ispirazione e guida, magari anche solo inconsciamente, dei propri intenti. Ebbene, spasimando per quello sport legato al tiro di una palla in un cesto, cui un professore di educazione fisica canadese, poi naturalizzato americano, Dr. James Naismith, diede i primi natali sotto il nome di “BASKETBALL” , non si può non essere stati stregati anche solo una volta da quell’ottava meraviglia del mondo conosciuto che fu Michael Jeffrey Jordan. Sua Altezza, grazie. La bellezza e spettacolarità del gesto tecnico ed atletico, uniti ad una mentalità vincente se ce n’è una, ad una esplosività difficilmente spiegabile a parole e ad una padronanza totale dei propri mezzi hanno avuto, su molti adoranti discepoli, lo stesso effetto percepito da Dante al cospetto di Nostro Signore: ineffabilità. D’altronde, un paragone (per assurdo) tra Dio e il numero 23 fu anche azzardato, ben prima del doppio three-peat, da tale Larry Joe Bird da French Lick, Indiana, altro personaggio che tra fine anni ’70 ed inizio anni ’90, in concomitanza con il nemico-amico Earvin “Magic” Johnson ed un “Dottore” di stanza a Philadelphia, Julius Erving, vergò indimenticabili pagine cestistiche che proiettarono definitivamente il basket e in particolar modo
I tempi, come le persone, hanno però continuato inesorabilmente a cambiare (i grandi classici avrebbero parlato di caducità del tempo), lasciandosi dietro un retrogusto di amaro che tuttavia, molto spesso, una ventata di freschezza è fortunatamente in grado subito di affievolire. E “Golia” (intesa come caramella balsamica) della situazione è stata, a partire dall’esatta metà dei ’90, una filiforme ala di 211 benedetti centimetri proveniente da Mauldin, South Carolina, la quale raggiunse gli splendidi paesaggi del Minnesota direttamente dalla Farragut Career Academy High School del quartiere di South Lawndale, Chicago, segnando l’avvento di una nuova era: Kevin Garnett. La realtà dei fatti afferma comunque che non è stato l’attuale campione Nba con i Boston Celtics il primo giocatore ad aver sviato il college, ma furono bensì tra il 1974 e il 1975, Bill Willoughby (un journeyman che fu scelto dagli Atlanta Hawks), Moses Eugene Malone (uno dei centri più dominanti della storia di questo meraviglioso sport ed MVP della finale vinta con Philadelphia nel 1983) e l’ex Sixers ed Auxilium Torino Darryl Dawkins, istrione del parquet cui si deve l’innovazione forzata dei canestri sganciabili in seguito al continuo martirio di tabelloni prodotto da poderose e variopinte (soprattutto “nominalmente”) schiacciate. Altri tempi, sì, ma che tempi!, in cui la serie A nella “mia” Torino era una realtà dovuta e meritata, al confronto di un oggi murato dove gli spiragli di grande pallacanestro passano per fori tanto minuscoli da parere immutabili.
Poco prima dell’esordio di KG, soprannominato “The Revolution” non a caso, aveva però fatto il suo ingresso nella Lega, uno tra i centri più dominanti “ever”, (per ora) ultimo erede naturale di quella catena generazionale che ebbe in George Mikan (degli allora Minneapolis Lakers) il degno capostipite, seguito poi dai già citati Russell, Chamberlain e Abdul-Jabbar (con la possibilità di inserire anche Hakeem Olajuwon, David Robinson e Patrick Ewing, i quali non avevano però nello strapotere fisico il principale “strumento” di dominio): si parla ovviamente di Mr. Shaquille O’Neal.
La supremazia applicata ai 28 X