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lunedì 23 novembre 2009

B-Ball Photos IV





Bamberg "Jako Arena" 24-25-26 agosto 2007, Torneo Internazionale con Italia, Russia, Portogallo e Germania: "Basketball Supercup".

Vinsero coach David Blatt e Andrei Kirilenko. Mi sembrò, dopo il match vs l'Italia (in cui Belinelli si infortunò quasi subito alla caviglia e Bargnani rimase fuori per turnover), che la squadra russa potesse ambire seriamente ad una medaglia (almeno) di bronzo nell'Europeo in programma qualche settimana dopo in terra spagnola. Sbagliai solo il colore del metallo. Blatt mise assieme una tela meravigliosa e la pennellata decisiva arrivò dai polpastrelli naturalizzati di J.R. Holden: la "Spagna che non poteva perdere" sprofondò in quel di Madrid davanti ad un'intera nazione. Un "golpe" incredibile.

P.S. L'Italia iniziò sostanzialmente da quell'Europeo a scoprire che il tunnel delle difficoltà era appena cominciato, anche se l'esplosione di B&B (Bargnani e Belinelli) fu un valido fumo nero negli occhi di tutti. Per altro, nella piacevole Bamberg, il Mago si trovò davanti Nowitzki e disputò la migliore partita in Nazionale che io gli abbia mai visto fare: fu devastante, abbondando oltre il ventello e infilando tutti i canestri decisivi. Oggi qualcosa è cambiato (in peggio), coach Recalcati non è ufficialmente più la guida tecnica della squadra e il futuro non è mai stato così incerto: è evidente che i fiumi di parole hanno fatto il loro tempo; ora servono fatti concreti. Pianigiani o meno...





martedì 1 settembre 2009

Euroleague 2009/2010 pt. II



Secondo e conclusivo viaggio nel mercato delle squadre di Eurolega. Si comincia con altre due squadre italiane, entrambe con le carte in regola per puntare almeno alle “Top 16”: Milano e Roma. L’Armani Jeans, in cerca di maggiore continuità rispetto agli enormi alti e bassi dello scorso anno vissuti sui parquet continentali, ha optato per un cambiamento radicale delle pedine più importanti del mosaico. Partito David Hawkins, il ruolo di scorer sarà affidato alle sapienti mani di Alex Acker (guardia da Compton, ex Pistons, Olympiakos, Barcellona e Clippers), il cui unico problema è forse la solidità mentale; a fargli da sparring partner nel reparto dei “piccoli” ci sarà poi Morris Finley, chiamato ad una stagione sopra le righe dopo essersi liberato dalle briglie del ruolo di cambio di Terrell Mc Intyre. L’acquisto di “Mo” e Acker ha comportato delle scelte ben precise, di cui a farne le spese sono stati Luca Vitali e Hollis Price che si aggiungono al solito “caso Bulleri” (ritenuti ormai non necessari, sono “imprigionati” da contratti troppo onerosi per le squadre dalle quali sono pervenute richieste). Tre situazioni diametralmente opposte alle conferme di Mordente, Hall, Beard e Mason Rocca, fortemente volute da coach Piero Bucchi, il quale ha chiesto alla dirigenza anche più sicurezza e meno scommesse tra i volti nuovi: in questo senso si spiegano le solide prese della coppia lituana Jonas Maciulis (ex Zalgiris) e Marijonas Petravicius (vincitore e dominatore della Final Eight di Eurocup con il Lietuvos Rytas), più l’aggiunta di Stefano Mancinelli in seguito al disastro societario della Fortitudo; l’unica non certezza è invece l’interessantissimo Jeffrey “Jeff” Viggiano (25enne ala proveniente da Pavia), ma la coperta è abbastanza lunga per mascherare eventuali difficoltà. I pezzi del puzzle saranno stavolta quelli giusti?


Se lo chiede anche Nando Gentile che, dopo l’uscita anticipata con Biella nei play off dello scorso campionato, spera di non trovarsi di fronte altre brutte sorprese. I grandi colpi della passata estate hanno già fatto le valigie, salutati senza molti rimpianti (con l’unica eccezione di Roberto Gabini, comunque finito ai margini della rotazione da tempo): Brandon Jennings (finalmente felice a Milwaukee, dopo essere stato selezionato al #10 del draft Nba), il duo sloveno Becirovic – Brezec (ora a Philadelphia), ma poi anche gli arrivi in corsa (rispettivamente febbraio e maggio) di Ruben Douglas e Jurica Golemac. Si riparte quindi da chi qualche segnale positivo l’ha dato e perciò il primo nome a venire in mente è quello di Ibrahim Jaaber, leader ormai indiscusso del team capitolino. Oltre a lui, il premio della ri-conferma per il lavoro svolto è andato pure ad Andre Hutson (a tratti devastante ma in netto calo negli ultimi due mesi di stagione), cui farà ancora compagnia il blocco italo - spagnolo formato da Gigli, Giachetti, Tonolli, Datome e De La Fuente, con la speranza di vedere definitivamente esplodere il quarto di questi. A completamento del quadro, il GM Bottai e il presidente Toti hanno acquistato Andrea Crosariol (prelevato in Irpinia per non farlo restare nel limbo dell’eterna promessa), Kennedy Winston (“usato sicuro” in uscita dal Real) più la freschezza e l’atletismo di Ricky Minard (ex Reggio Emilia e Montegranaro) e Hervè Tourè (ex canturino), entrambi bisognosi di verifica ai massimi livelli. Come ogni anno è d’attualità dire: “Roma non fà la stupida sta…volta”.


Compagine al solito di notevole attrattiva è l’Asseco Prokom Sopot, campione di Polonia, che invertendo il trend degli ultimi anni ha puntato con decisione sulla continuità (e che continuità!). Il front office ha infatti ri-firmato in massa, per la gioia dei tifosi giallo-neri, il super trio composto da David Logan (eccentrico ed elettrizzante bomber fresco di passaporto polacco), Qyntell Woods (top scorer ed MVP delle finali locali contro il Turow, dopo i problemi con la Fortitudo) e Daniel Ewing (l’ex Khimki scuola Duke, eccelso play dalla grande lettura di gioco), più gli affidabili Tyrone Brazelton (ex Western Kentucky) e Filip Dylewicz. Una base estremamente solida dunque, cui è stato aggiunto il graditissimo ritorno di Pape Sow (altro ex “italiano” dopo le esperienze a Rieti e Milano) e a cui mancano giusto un paio di tasselli per rendere il team addirittura papabile di ingresso nell’Elite Eight d’Eurolega.


Stesso obiettivo sulla carta del Khimki Mosca, nonostante gli addii dolorosi a Carlos Delfino (scambiato da Toronto e spedito a Milwaukee per far compagnia a Jennings), Maciej Lampe (Maccabi), Jorge Garbajosa (Real Madrid) e Teemu Rannikko (Granada). Della “vecchia guardia” ci saranno ancora Timofey Mozgov, V. Zaytsev, Petr Gubanov, Igor Smygin (quasi tutti giovani di belle speranze) ma soprattutto Vitaly Fridzon e Kelly McCarty, ormai due simboli del club moscovita, in campo e fuori. Ad essi sono stati affiancati giocatori di grande spessore: il primo in ordine di tempo, e forse il più importante, è l’ex virtussino Keith Langford, che da Bologna è andato via a malincuore lasciando anche pesanti strascichi di polemica per come è stato “trattato”, e da cui ora passeranno molte delle fortune di squadra; a seguire a ruota, gli spagnoli Raul Lopez (ex Utah Jazz, Girona e Real, un tempo paragonato a John Stockton) e Carlos Cabezas (divorziato da Malaga dopo esserne stato una bandiera) che portano tiro, talento ed esperienza ma anche la fragilità fisica del primo e qualche limite tecnico del secondo; i rocciosi ed energici lituani Paulius Jankunas (dallo Zalgiris Kaunas) e Robertas Javtokas (partecipe della fallimentare stagione della Dinamo Mosca); infine Sergey Toporov e Fedor Dmitriev (compagni al Triumph Lyumbertsy), chiamati a far la differenza specialmente nel campionato russo, dove vige l’obbligo di almeno due autoctoni sempre in campo (anche se la naturalizzazione russa di McCarty in questo caso aiuta). Allora ci si domanda: dopo questo mercato, il CSKA è più vicino o più lontano? Dalla risposta dipenderanno probabilmente anche le sorti dell’ex squadra di Pozzecco in Eurolega.


A i blocchi di partenza vengono poi riproposte tutte le volte due squadre che hanno fatto la storia del basket europeo: Partizan Belgrado e Cibona Zagabria. I bianconeri del grande coach Dusko Vujosevic hanno ormai consolidato in tradizione la filosofia di puntare sui giovani talenti del proprio infinito vivaio: in rampa di lancio, dopo le cessioni di Tepic (Panathinaikos), Velickovic (Real Madrid) e Lasme (Maccabi), ci sono i due ’89 Vladimir Lucic (guardia di 2 metri) e Darko Balaban (centro di 2.10), i ’90 Bogdan Riznic e Jan Vesely (simili fisicamente ai due precedenti, anche se più leggeri e meno fisici), infine il ’92 Nemanja Besovic (grezzo centro di 2.19). Ad essi si è poi aggiunta un’ultim’ora: il 18enne Branislaw Djekic, dall’FMP Zeleznik. Ad insegnargli il mestiere poi ci sono le altre conferme dell’anno passato come Strahinja Milosevic, i play Rasic ed Aleksic, i due pivot Zarko Rakocevic e Slavko Vranes (promessa mai sbocciata del basket serbo nonostante i suoi 230 centimetri), più i rientranti alla casa madre Petar Bozic e soprattutto Dusan Kecman (dal Pana), che sarà la punta di diamante del sistema offensivo di Vujosevic. Mancano stranieri “as usual” (anche se è probabile il ritorno di Milt Palacio), ma se per qualcuno pure stavolta gioventù e talento non sembrano essere al livello degli anni passati, della banda Partizan è sempre meglio non fidarsi.


Idem dicasi per la squadra che fu del compianto e sensazionale Drazen Petrovic, il “Mozart dei canestri”. Congedati giocatori importanti come l’ex virtussino Alan Anderson, il play Earl Calloway (al Cajasol dove farà coppia con Maurice Ager), l’altro play/guardia Davor Kus (a Treviso) e Rawle Marshall, il club croato ha raggiunto diversi accordi interessanti: il ritorno in patria di Dalibor Bagaric (ex Chicago Bulls e Fortitudo) ad esempio, o l’ingaggio di un altro ex fortitudino, Jamont Gordon, e quello di Antonio Graves dal Galatasaray, o ancora l’addizione del talentuoso Bojan Bogdanovic (Real). Insieme a Marin Rozic e Nikola Prkacin saranno tutti agli ordini del neo allenatore Velimir Perasovic (ex Efes e Galatasaray), il quale avrà l’arduo compito di emulare le imprese vissute nell’ultima (ottima) annata.


Restando in zona bussiamo alla porta dell’Olimpija Lubiana che, nonostante le crisi finanziarie delle ultime stagioni, in Eurolega c’è sempre e comunque, riuscendo sovente persino a dire la sua. Sotto i riflettori della storica Tivoli Arena, i primi movimenti di mercato erano andati in porto già agli inizi di giugno con il doppio acquisto del girovago play (ex, tra gli altri, di Iraklis, Lokomotiv Rostov e Bosna ASA Telecom) Dusan Djordjevic e del centro ex Colonia, Edin Bavcic: concretezza dunque al servizio di Jure Zdovc. In seguito, a scapito delle partenze di Rudez e Mirza Begic (finito allo Zalgiris), sono stati fatti notevoli sforzi per migliorare e completare il roster: così sono giunti l’ala tiratrice ex Florida University Matt Walsh, la 23enne guardia polacca Pawel Kikowski e colui che fu anche denominato “la grande speranza bianca”, ovverosia Nemanja Aleksandrov (22enne ala serba di 2.10 dalle innate doti cestistiche, il cui volo è stato a lungo interrotto da seri infortuni alle ginocchia), che in molti sperano possa tornare quello di 4-5 anni or sono. I nuovi arrivi hanno cominciato la preparazione insieme ai giocatori confermati, tra i quali spiccano i nomi della guardia Saso Ozbolt, del nazionale montenegrino Vladimir Golubovic (centro di 2.12 classe ’86) e dei tre giovani che rappresentano il futuro, ma anche il presente, dell’Olimpjia: l’atletica guardia e nazionale sloveno Jaka Klobucar, il centrone serbo plurivincitore di Europei giovanili Dejan Radojevic e la 19enne ala slovena Matic Sirnik. Inoltre coach Zdovc può contare anche sull’ex Barça, Roma, Siena, Virtus e Tau, Vlado Ilievski, il quale (al momento infortunato) è però attirato da varie sirene, soprattutto spagnole.


E’ il momento di spostarsi sul Baltico ed analizzare il mercato delle due lituane: Zalgiris Kaunas e Lietuvos Rytas. Lo storico club bianco verde, vero simbolo del basket lituano, è in un periodo di gravi difficoltà economico-finanziarie che hanno impedito nell’ultimo lustro la costruzione di squadre altamente competitive in Europa, com’era abitudine un tempo. I pezzi pregiati del roster sempre più sovente prendono strade che conducono al di fuori dei confini nazionali: è il caso dell’ormai ex capitano Paulius Jankunas (andato al Khimki) e di Jonas Maciulis (Milano); poco è mancato poi che salutasse tutti anche Mantas Kalnietis, vicinissimo all’accordo con Treviso. In un modo o nell’altro, tuttavia, la squadra è stata ultimata e il mix di acquisti e conferme appare tutto sommato positivo. Restano il bomber Dainius Salenga, la concreta ala forte Tadas Klimavicius, il play classe ’88 (alto ma razzente ed atletico) Zygimantas Janavicius, il solido rendimento di Povilas Butkevicius, più Milaknis, Vasiliauskas e il già citato Kalnietis. Dal mercato giocatori invece coach Maskoliunas ha ricevuto l’apprezzatissimo ritorno di Marcus Brown (visto pure a Treviso), un duo lituano “doc” composto da Martynas Pocius (uscito da Duke University senza troppe certezze) e Povilas Cukinas (ex canturino, compagno di Klimavicius nella nazionale juniores sei anni fa), il sopracitato Mirza Begic (da Lubiana) e per concludere, l’ex Fortitudo e Milano Travis Watson, predatore di rimbalzi come pochi. Il materiale per ora c’è e non è nemmeno disprezzabile, ma anzi può rendere lo Zalgiris un’autentica mina vagante.


Cosa viceversa piuttosto complessa per il Lietuvos Rytas, che da questa estate è uscita con le “ossa rotte”. Gran parte dei membri del team vincitore dell’Eurocup hanno infatti preparato ben presto i bagagli e si sono accasati altrove (Eidson al Maccabi, Petravicius a Milano, Lukauskis al Villeurbanne). Come da usanza però, i rimpiazzi a disposizione del vincente coach (e un tempo fantastico giocatore) Rimas Kurtinaitis sono specialmente di nazionalità lituana: il nuovo corso punterà molto sulle doti balistiche di Donatas Zavackas (ex Pittsburgh University, poi Udine, Dnipro e Siauliai), Arturas Jomantas (fondamentale pedina dello scacchiere del Rytas), Steponas Brabauskas (riconferma per l’ex Varese e Scafati), Lukas Brazdauskis (20enne proveniente dalle giovanili), Evaldas Daynis, Martynas Gecevicius (play/guardia classe ’88), Michailas Anisimovas e Justas Sinica (dal Vilnius Sakalai). I soli stranieri sono il pivot australiano Aron Bynes (visto alla summer league con la canotta dei lakers) e il trittico serbo costituito dal confermatissimo Milko Bjelica, il suo alter-ego Dejan Borovnjak (dal Vojvodina) e il play di stazza ex Dinamo Mosca Bojan Popovic. Manca “qualcosa” che forse arriverà, ma per ora le possibilità della compagine di Vilnius appaiono ridotte.


Passiamo ora all’Asvel Villeurbanne di Vincent Collet, allenatore “part-time” della nazionale francese che disputerà i prossimi campionati europei in Polonia dopo aver vinto l’Additional Round comprendente anche l’Italia e la successiva sfida finale (andata + ritorno) contro il Belgio. Dal club transalpino sono partiti in direzione Italia l’ex Livorno ora ad Avellino Chevon Troutman e l’ex Soresina ora all’NSB Napoli Jr Reynolds. Le mosse di riparo della dirigenza dell’Asvel non si sono però fatte attendere: dopo aver sottoscritto un quadriennale con la rivelazione Thomas Huertel (dal Pau Orthez), sono stati perfezionati accordi con Kristjan Kangur (nazionale estone di 2.04), Mindaugas Lukauskis (dal Lietuvos Rytas), l’ex trevigiano Bobby Dixon, il play/guardia TJ Parker (ex Nancy e fratello del più noto Tony) e il centro ex Utah Jazz e Granada Curtis Borchardt. Non solo novità comunque: i nazionali francesi Ali Traorè, Laurent Foirest (ormai ex nazionale ma sempre verde nonostante le 36 primavere) e Aymeric Jeanneau rimarranno fedeli pretoriani di Collet, così come Eric Campbell (ex Hapoel Holon), Benjamin Dewar e Bangaly Fofana mentre i dubbi sulla posizione di Amara Sy sono stati sciolti e non sarà più un giocatore dell’Asvel . Grande interesse dunque attorno ad una compagine ben distribuita in ogni ruolo e che può puntare a qualche “bottino completo” anche su alcuni parquet di spessore d’Europa.


Per concludere con la rassegna di squadre sicure del posto in Eurolega, ci sono i campioni di Germania dell’ Ewe Baskets Oldenburg. I punti di forza dei teutonici stanno soprattutto nel “reparto americani”: l’ex Arizona Jason Gardner, il tiratore ex Missouri Ricky Paulding e Je’kel Foster (confermati), più l’ex Texas A&M Josh Carter. Ad essi va aggiunto poi Ruben Boumtje-Boumtje centro di scuola americana che ha assaporato l’Nba ad Orlando e Cleveland. A completare il roster ci sono infine il bosniaco Marko Scekic, gli autoctoni Marco Buljevic, Daniel Hain e Daniel Strauch, il croato Jasmin Perkovic e il serbo Milan Majstorovic. Una formazione però che non sembra destinata a rimanere indimenticabile, nonostante il buon reparto di guardie/ali.


Rimangono ancora due piazze libere nel tabellone generale e queste verranno fuori dal “Qualifying Round” ad otto che comprende: la Benetton Treviso (con le conferme di Gary Neal, CJ Wallace e Sandro Nicevic; gli innesti di Hackett e Motiejunas, J. Hukic, Kus e Cartier–Martin), l’Aris Salonicco di Andrea Mazzon e Mario Boni (notevoli le prese dell’ex Siena e Barça Kakiouzis, dell’ex Orlando Jeremy Richardson, dell’ex Iowa State Curtis Stinson, del duo ex Panathinaikos Demos Ntikoudis – Nikos Hatzivrettas, più le conferme di Papanikolaou ed Andrew Betts), l’Alba Berlino (partenze importanti dell’ex Napoli e Milano Ansu Sesay, del tiratore bianco ex Stanford University e Phoenix Suns Casey Jacobsen; conferme di Steffen Hamann, Blagota Sekulic, Julius Jenkins, Immanuel McElroy, Adam Chubb, Rashad Wright più gli unici due arrivi finora di Kenan Bajramovic dal Turk Telecom Ankara e Lee Cummard da Brigham Young University), l’altra greca del Maroussi (con gli arrivi di Jamon Gordon, quasi omonimo dell’ex Fortitudo, Michalis Pelekanos, Jared Homan, marios Batis e Levon Kendall, più i ri-firmati Billy Keys, ex Varese, Kostas Kaimakoglu, Dimitrios Mavroeidis, Pat Calathes, Georgios Diamantopoulos), le due francesi Le Mans (con gli “italiani” Dewarick Spencer ex Virtus, Marc Salyers ex Novara e Guillaume Yango ex Sassari e Teramo, più il talentuoso play classe ’89 Antoine Diot, il brasiliano Joao Paulo Batista, l’altro play Zack Wright e l’esperto Thierry Rupert) e l’Entente Orléanaise Loiret (insieme all’eterno Laurent Sciarra, giovani sulla rampa di lancio come Aldo Curti, Adrien Moerman, Johwe Casseus e Ludovic Vaty, più il trio di americani composto da Austin Nichols, Tony Dobbins e CedricK Banks), i belgi dello Spirou Charleroi (con i confermati Len Matela, Wes Wilkinson, il bomber Jerry Johnson, l’ex play senese dalle gambe atomiche Justin Hamilton e l’occhialuto Andre Riddick, cui si sono aggiunte le novità Chris Hill da Liegi e Nick Jacobson da Domzale, Slovenia) e infine i lettoni del BK Ventspils (con 11 giocatori autoctoni, tra cui spunta il 2.07 nazionale Ronalds Zakis, e due americani, nelle persone di Bernard King, ex Texas A&M, e Warren Carter, ex Illinois).

domenica 23 agosto 2009

Best Friends Capitolo 4

CAPITOLO IV

America ed Europa sono fisicamente appartenenti allo stesso grembo della madre Terra, ma concettualmente e ideologicamente di due universi divorziati da anni, se non da sempre. Il Basket non fa eccezione, anzi demarca i contorni e risalta i contenuti di questa separazione che si esprime particolarmente su tre piani: il sistema sportivo, l’organizzazione e la mentalità. Categorie generali che non presuppongono una guerra fa queste due attitudini di pensiero, ma rendono i diversi orizzonti ancora alquanto inavvicinabili. Se è innegabile dunque che le capacità (oltreché le possibilità) di Stern e co. si trovano su di un altro livello distante anni luce, è altrettanto insindacabile che l’ambiente e le persone all’interno del Vecchio Continente creano un qual certo romanticismo, sconosciuto tra Hollywood e la Statua della Libertà, attorno al battito del pallone sul parquet tanto da fare, di un paio di colori, una “stagione di fede assoluta” [volendo citare “Finding Forrester”, film concernente in parte la pallacanestro con Sean Connery (aka William Forrester) nelle vesti di un ex scrittore prodigio, che si riscopre guida spirituale del giovane talento letterario, nonché cestistico, Rob Brown (aka Jamal Wallace) dopo anni di solitudine forzata e voluta, riassaporando anche l’amore per la vita grazie allo stesso rapporto di amicizia col ragazzo].

A Cantù, ricco centro industriale e della produzione artistitica del mobile situato in Brianza, quelle maglie bianco blu di “Chicco Ravaglia” e del “Pierlo” Marzorati, che sembrano pendere dal cielo più che dal soffitto dell’immortale Pianella, al fianco di stendardi autoritari simboleggianti le grandi vittorie di un settantennio di attività, significano tutto e di più. Sono l’orgoglio, innanzitutto, per tutta quella serie di emozioni capaci di rendere la Pallacanestro Cantù uno dei punti di riferimento del panorama cestistico italiano ed europeo. Sono la gioia ed il rimpianto, perché queste due parole non potranno mai essere dissociate. Sono il passato su cui costruire il futuro. Sono l’amore spassionato per questo Gioco. Un amore senza confini che non controlla i passaporti o le facce della gente, ma che può far godere per una coppa vinta tanto quanto per un playoff acciuffato all’ultima giornata grazie ad un quartetto americano variegatamente mixato sia come background che come caratteristiche (Dashaun Wood, Gerald Fitch, Torin Francis e Denham Brown), un atletone francese scartato dai “cugini” milanesi (Hervè Tourè), un lituano “color Fucka” dal nome improbabile (Povilas Cukinas), un trittico di gregari (oltre a mio fratello Niccolò, Juan Marcos Casini e Federico Lestini) ed un capitano uruguagio, ormai completamente italianizzato, che in quanto a coraggio ha di che rispiegare la lezione a tutti (Nicolas Mazzarino). Il mondo d’altronde è bello perché vario. La squadra in questione, allenata dall’imolese Luca Dalmonte e targata Tisettanta, ha concluso la stagione 2007/2008 in maniera esaltante (7° piazzamento nella griglia playoff), sorprendendo tutti gli addetti ai lavori che, prospettando un viaggio “all’inferno” nelle più rosee previsioni estive, probabilmente avevano sbagliato la mira di qualche chilometro, visto l’incubo attraversato dagli eterni rivali di Varese. Retrocessione senza attenuanti, con la beffa aggiuntiva del pugno del k.o. giunto proprio sul parquet del PalaMasnago ad opera di Mazzarino e soci, con il pre-partita “animato” dal volo di un aereo, affittato per l’occasione, recante appesa la scritta “EAGLES CANTU’ … SERIE B SERIE B”. Touchè. E dire che poco tempo è passato dallo scudetto della stella vinto con Gianmarco Pozzecco in campo a dispensare meraviglie e, per restare in tema, “aeroplanini”; lo stesso Poz catapultato nella passata stagione dall’altra parte dello “Stivale” in zona Capo d’Orlando e attorniato costantemente dall’eco di sei lettere che, legate insieme, si rendono prima o poi inevitabili nella vita di uno sportivo, ma che mai avremmo voluto sentire pronunciate così presto dal goriziano: r-i-t-i-r-o. Varese è stato l’inizio del vero spettacolo e anche qualcosa in più, mentre il mare di Sicilia ha mandato in onda la sigla finale. E in mezzo?

Tra l’1 e il 3 agosto del 2004 è in programma un triangolare a Colonia, città tedesca della Land (o più impropriamente regione) Nordrhein-Westfalen, i cui partecipanti sono le nazionali di Italia e Stati Uniti, oltre ai padroni di casa della Germania. Per le prime due, il torneo ha la funzione di test preparativo in vista dell’imminente ritorno alle origini dei Giochi Olimpici, sotto l’ombra del Partenone; per Nowitzki & friends, mancato il pass d’accesso alla più importante manifestazione sportiva mondiale, proprio per mano del team di Carlo Recalcati negli Europei di Stoccolma dell’anno precedente, la circostanza è buona sia per mettere in mostra le (elevate) qualità organizzative della Federazione teutonica, sia per confrontarsi con e contro il “modello” americano, oltremodo apprezzato da quelle parti. Il tricolore nostrano sembra avere insomma l’utilità del contorno a fianco della portata principale. Fascino e richiamo dell’evento, per quanto amichevole possa essere, tuttavia sono molto forti e le 9/10 ore di viaggio in macchina dalle “porte” di Torino, scorrono piacevoli e leggere. All’arrivo nel centro città di Colonia, le cose che si notano immediatamente sono tre: il Duomo in stile gotico (il terzo più alto al mondo), imponente e maestoso, la “Kölnarena”, stessi aggettivi da riciclare in ottica più moderna e tecnologica, e un edificio in fase di abbattimento sotto i colpi della palla demolitrice di una gru, sinistra e metaforica visione dello sgretolamento del muro posto tra “U.S.A. Basketball” e “Resto del Mondo”. Con una sola gara al giorno, di tempo per le visite turistiche ce n’è più che a sufficienza, ma il punto focale della “tre giorni” resta ovviamente il Basketball: la prima sfida vede confrontarsi “die deutsche Nationalmannschaft gegen Italien”, in pratica Nowitzki vs Italia. Il risultato finale dice “WunderDirk” (che chiude a quota 26 una prestazione di totale bellezza e pulizia cestistica), ma la compagine italiana è promossa in toto grazie anche al fantasioso rinnovamento portato da Pozzecco. La mattina dopo, l’allenamento di Galanda e compagnia scorre sereno con gli Stati Uniti in mente, ma senza tensione né timore: si sa, le grandi vittorie partono prima dalla testa e dalla convinzione. Ciò che il “Poz” crea dal palleggio, indifferentemente ambidestro, per guardie, ali, centri, panchinari, massaggiatori e allenatori, è un qualcosa di assolutamente unico e artistico, che in seguito all’ennesimo “no look” per due facili di Chiacig ti fa ringraziare quel giorno da piccolino in cui vedesti per la prima volta la palla a spicchi e ne rimanesti folgorato come col più classico dei colpi di fulmine. Archiviata la sessione di esercizi e preparazione dell’Italia, è ora la volta della Germania. Nowitzki (che sulla carta d’identità fa sempre 2 metri e 13) inizia una serie di tiri giusto per riscaldarsi: la meccanica è da far mancare il respiro e i primi sette, più che baciare la retina, sostanzialmente non la sfiorano nemmeno. Momento di totale estasi. L’allenamento deve però poi proseguire a porte chiuse, secondo il volere di coach (Dirk Bauermann) e staff nero-rosso-gialli: ciononostante il risveglio dall’incantesimo dura poco o nulla, poiché alle ore 20 in punto è in agenda la prima palla a due tra Team U.S.A. e Italia. Neanche un amaro Lucano si può chiedere di più dalla vita.

L’arena, oltre ad essere già piena circa mezz’ora prima della palla a due iniziale, è nettamente schierata dalla parte degli americani con lo storico coach Larry “play in the right way” Brown a gestire dalla panca. Carattere particolare e intelligenza unica, l’allenatore del “Dream Team 2k4” fu spesso autore di autentiche magie alla guida delle sue squadre (vedi Kansas in Ncaa, Clippers, Nets e Phila ai piani alti), portando a casa però l’unico jackpot finale della sua carriera Nba giusto un paio di mesi prima con i Detroit Pistons. Sostanzialmente era, agli occhi di tutti, in cima al mondo. Soltanto che se dalle sue bande nulla gli era sconosciuto, nemmeno i segreti più reconditi, le regole e l’universo FIBA in generale avevano (ed hanno tutt’ora) qualche “lieve” differenza con quel contesto e presentarsi anche solo ad un torneo pre-olimpico con la benché minima idea di chi possano essere Pozzecco e Basile, tanto d’aiuto non può essere. Nel settembre 2002 andavano in onda i Mondiali di Indianapolis, la bandiera a stelle e strisce sventolò solo dopo quelle di altre cinque Nazioni e se qualcuno si ricorda le stupende prestazioni di Ginobili e Bodiroga, forse non tanti rammentano le parole dell’allenatore statunitense George Karl: “Il mondo sta trovando degli accorgimenti e delle risposte al nostro Basket”. Parole sante. Brown tuttavia doveva aver marinato la lezione quel giorno.

Al mio fianco siedono due afro-americani con abbigliamento hip-hop e treccine d’ordinanza, probabilmente compari di Carmelo Anthony (viste le canotte col numero 15 di Denver da loro indossate e il fatto che lo stesso ex Syracuse abbia rivolto loro qualche cenno in un paio di circostanze), anch’essi sicuri anziché no di una facile vittoria. Come dargli torto: il riscaldamento di Iverson è abbacinante per la creatività di movimenti da playground che sprigiona, LeBron James non è ancora il “carro armato” di oggi ma fa spavento comunque, Stoudamire e Marion quando saltano sembrano non tornare mai giù, Duncan, Marbury e Wade hanno troppa classe per essere veri. Addirittura appaiono in “vantaggio” perfino a livello di commentatori, perché vuoi mettere il grande Bill Walton con Claudio Coldebella? Va beh, non resta che goderci lo spettacolo. “U.S.A – U.S.A. – U.S.A.” è il coro che si innalza più volte dagli spalti, sostituito talora da “ooooh” di meraviglia per alcune giocate. Attenzione, colpo di scena: c’è anche l’Italia! Galanda è subito in palla in entrambe le metà campo e quando sul parquet mette piede Righetti, gli Azzurri volano letteralmente a +9. Coach Brown ha già ruotato quasi tutti gli uomini a disposizione non riuscendo mai a trovare la carta giusta e così, nonostante la debordante fisicità dei suoi, alla seconda mano l’asso lo cala il collega avversario. Pozzecco inventa come Da Vinci per Galanda, che bombarda a più non posso, e in breve si arriva sul 35-20. Fino a poco fa scattavo foto a ripetizione, ora mi gusto questa fuga molto probabilmente effimera. Lo dimostra d’altronde l’amico ‘Melo, il quale, con il supporto di Shawn Marion (le due gambe umane più rapide ed esplosive nel salire al ferro che io abbia mai visto), consente il rientro in gara del “Dream Team in tour” fino al -6 precedente la pausa del tè. “Mannaggia che occasione sprecata!”. Lo pensano tutti tranne uno. Questo folle è un ragazzo di Ruvo di Puglia, noto per i cosiddetti “tiri ignoranti”, che l’anno seguente sarà capace di condurre la Fortitudo allo Scudetto con la fascia di capitano nel cuore più che sul braccio: lo chiamano “Baso” ma è più conosciuto come Gianluca Basile. I famosi tiri di cui sopra arrivano come grandine, sono 5 nel solo terzo periodo, con James e Wade persi tra i blocchi a non capirci assolutamente più nulla. La differenza la fa poi soprattutto la difesa che manda in tilt il gioco statunitense, privo di tiratori, “playmaking” e saggezza cestistica (con Duncan, unica voce a predicare nel deserto).

Il tempo scorre e la forbice, che si sta allargando sempre più, ad un certo istante si rompe come se si scontrasse contro il sasso della morra cinese, tutto ciò esattamente quando le redini dello show si incarica di assumerle il “Mago di Poz”. L’odore del sangue stuzzica la ricettività olfattiva di Gianmarco, il quale, colpito da un attacco di creatività delirante, azzanna la giugulare avversaria annichilendo a turno due contratti da 20 milioni di dollari corrispondenti al nome di Iverson, Allen e Marbury, Stephon, gente orgogliosa ai limiti della superbia, cui madre natura avrebbe anche donato discrete doti atletico-motorie. Il “Poz” vede cose proibite al bambino de “Il sesto senso” sfornando assist a ripetizione per mandare a referto a turno Chiacig, Galanda e Basile, salvo poi mettersi in proprio quando il momento lo richiede: il pubblico, intuendo che qui la storia è in fase di riscrittura, cambia improvvisamente fazione fino ad esplodere, come la più fedele delle curve italiane, dinanzi all’ “Inchino”. Sul +18, Pozzecco, che negli ultimi due attacchi aveva creato per cinque punti di Galanda, riceve il pallone a metà campo e vedendo una strada di luce si infila nel cuore della difesa statunitense affiancato da “The Answer”: penetrazione, finta di scarico in angolo per Chiacig, “and one” in allungo col fallo di Emeka Okafor e mano dietro la schiena per il suddetto “Inchino” di fronte al presidente della FIP Maifredi e all’intero parterre della “Kölnarena”. Tutti in piedi. L’azione seguente altro bignè per il 28° punto del capitano e totale disfatta americana. I due amici al mio fianco a suon di -“Oh man, great game!”- si complimentano e appaiono addirittura imbarazzati. Fila 4, Posto 18: chi se lo scorda più.

Pensare che tutto questo sarebbe stata solo un’anticipazione de “ il più bello” antecedente a “deve ancora venire”, però, era da veggenti nati. La memoria delle persone, a proposito dei grandi avvenimenti che la toccano, ricorda sempre due cose principali: l’evento in sé e il luogo in cui ti trovavi quando tutto ciò è successo. Alcuni esempi: erano circa le 9 e 40 di mattina dell’11 settembre 2001 quando rientrai a casa e vidi uno dei miei due fratelli sdraiato sul divano con un’espressione decisamente esterefatta intento a fissare il televisore. Mi sedetti a terra sul tappeto senza aver messo pienamente a fuoco l’accaduto, salvo poi essere catapultato nella dura realtà nel giro di venti minuti, nello stesso attimo in cui la seconda delle Torri Gemelle sarebbe crollata dinanzi ai miei occhi distanti migliaia di chilometri. Difficilmente l’inferno può dirsi peggio. Ma: “tempus aedax”. Meno di due anni dopo, sullo stesso tappeto e in rigorosa posizione scaramantica, gioisco come non mai per la vittoria in finale di Champions League, all’ “Old Trafford” di Manchester, del mio Milan contro i non amatissimi avversari juventini. Goduria totale che si amplia di proporzioni l’anno successivo, vista l’archiviazione del 17° scudetto della squadra rossonera, sorta tra l’altro lo stesso mio giorno e mese di nascita (e per fortuna anno diverso). Il buon tappeto anche qui ha fatto il suo lavoro, ma l’ultimo esempio, che riconduce al discorso precedente, ha sede d’altra parte: a casa di mia nonna a Sanico, frazione (minima, considerato l’esiguo numero di abitanti) di Alfiano Natta in provincia di Alessandria. E’ il 27 agosto 2004 ed in programma, oltre al solito giro in bici tra i campi e i paesi circostanti, c’è esclusivamente l’incontro tra Italia e Lituania. Si parla di semifinale olimpica, of course. Li avevamo lasciati in Germania speranzosi, ce li ritroviamo ad Atene con l’opportunità di tagliare uno dei traguardi più sensazionali di sempre per la nostra Nazionale. Dubito che qualcuno non sappia come sia andata a finire e in tal caso possano bastare alcuni riferimenti come il 100 – 91 corrispondente all’incredibile punteggio finale del match ed i numeri 31 e 17 sulla ruota d’Italia, relativi alle pennellate rispettivamente sparate ai baltici da Basile e Pozzecco.

Il rapporto del “Poz” con i propri allenatori è sempre stato problematico, tanto da fargli rischiare e talvolta addirittura perdere la maglia Azzurra (per informazioni rivolgersi al grande Boscia Tanjevic), che tuttavia un secondo padre come Carlo Recalcati gli ha coraggiosamente restituito in un’estate di passioni, venendo ripagato con una serie di emozioni ineguagliabili, non solo per il coach, ma per chiunque, tali da valere una “follia” come la seguente. Terminati il 7/11 da 3 del “Baso” e la geniale ispirazione pozzecchiana dei secondi 20’, conclusasi la sfilza di liberi capace di rendere vani i 26 punti di un favoloso Macijauskas, vero punto di riferimento della Lituania campione d’Europa uscente, alzate le braccia al cielo dopo l’ultima sirena, parte una telefonata: dolce cosciente follia quella che plasma l’idea di una toccata e fuga per assistere alla Finale contro l’Argentina di Scola e Ginobili, autori del soverchiamento totale del potere americano, rivolto ora a salvare la faccia solo più con un “miserevole” bronzo. A piano ultimato, mi sorge in mente la mia ideale lista di desideri: questa casella barrata è quasi in cima, poco ma sicuro. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima che metto piede in terra greca e specialmente ateniese, ma mai un viaggio è stato così intenso e appassionante, forse grazie anche alla breve durata che tra andata e ritorno ha conteggiato non molto più di 16 ore. L’elettrizzante atmosfera olimpica la si può inalare già all’interno dell’ “Elefthérios Venizélos”, aeroporto rasente la perfezione a sud della capitale ellenica, in cui l’infinito “melting-pot” di gente proveniente da ogni dove ti fa comprendere che il valore dell’evento a cinque a stelle va ben oltre l’essere puramente ed unicamente sportivo. Quando poi, la visione del tripode arso dalla fiaccola si concretizza, due pensieri o tre in più alla storia ti sovvengono inevitabilmente: sai che la fiamma ha illuminato Barcellona e “the real Dream Team” nel lontano 1992 anche se forse sono stati Magic, Larry e Michael a rischiarare il contorno; così come ha assistito, nell’ancor più distante 1968, il pugno alzato con il guanto nero di Tommie Smith, signore incontrastato dei 200 metri all’epoca, e John Carlos sul podio di Città del Messico, facendo intendere che il meraviglioso sogno del dottor Martin Luther King Junior, partorito esattamente un lustro prima, aveva sì bisogno di sempre maggiore supporto ma al contempo era il brevetto ufficiale di un mondo diverso, migliore, più giusto e più… realista; sei conscio inoltre che il braciere ha fatto da testimone al massacro degli sportivi israeliani da parte dell’organizzazione palestinese Settembre Nero a Monaco ’72, così come invece è stato simbolo di commozione per l’impresa dell’aborigena Cathy Freeman a Sidney 2000; senza contare infine attimi indelebili come l’accensione del fuoco di Atlanta ‘96 da parte di Muhammad Alì, il quale, nella debolezza causatagli dal morbo di Parkinson, mostrò tutto il suo vigore facendo idealmente pace col mondo e chiudendo di fatto un cerchio, partito proprio da quella città della Coca Cola che diede i natali al pastore King di cui sopra. La lacrimuccia scende a prescindere.

Bisogna però scuotersi poiché prima della portata principale c’è un antipasto assai gustoso come U.S.A. vs Lituania, che avrebbe potuto valere tranquillamente la sfida per la medaglia aurea: ma questa è l’estate degli italiani (con e senza virgolette), visto che se chiedete a Manu Ginobili e Carlos Delfino il nodo cruciale della loro carriera, difficile che non vi rispondano con un nome tra Italia, Bologna e Reggio Calabria. Nota a margine su quest’ultima: indimenticabile l’estate di passioni, tramutatasi però poi in disastro societario e in qualche anno fallimento, in cui sulla lista della spesa del GM della Viola erano comparsi gli acquisti di giocatori allora quasi sconosciuti come Anderson Varejao e Ben Wallace (entrambi ora più o meno furoreggianti sotto l’ala protettiva di LBJ 23) o anche Nenè Hilario (power forward dei Denver Nuggets capace di sconfiggere un tumore), i quali avrebbero dovuto affiancare la stella splendente di Carlton Myers e assecondare la guida tecnica dal pino di Carlo Recalcati. Grande scenografia comprendente pure un geniale interesse verso Arvydas Sabonis che, come in uno dei migliori copioni hollywoodiani, ha finito per essere un bluff di dimensioni stratosferiche. Ah già: regia a cura dell’ingegner Domenico Barbaro, scomparso in situazioni rocambolesche e senza più lasciare traccia. Strano… Le strade periferiche che si aprono da ogni argomento sono innumerevoli e quindi meglio tornare su quella maestra. Spostando l’occhio dalla Fiaccola in direzione est, si incrocia la vista con l’ Oaka Arena, la casa del Panathinaikos in grado di contenere circa 18000 anime. All’ingresso nel palasport si sentono solo i variopinti e colorati supporters lituani per i quali Lietuva = fede incondizionata, senza mezzi termini. Le nostre seggiole si trovano in una metà della tribuna opposta alle panchine delle squadre, nel “settore italiano” affiancato dall’altra metà latina che ospita le bandiere bianco-azzurre provenienti da Buenos Aires & friends. All’appello non mancano nemmeno gli statunitensi, sparsi un po’ ovunque ma dall’entusiasmo contenuto, per usare un eufemismo, perché la Finale Olimpica non è più affare loro e questo, oltre ad essere un evento più unico che raro, è un contraccolpo notevole sull’ego sconfinato del Paese che è oggi nelle mani profumate di cambiamento di Barack Obama. A tal proposito mi è utile interpretare la faccia del commissioner Nba David Stern: lo intravedo a breve distanza e avvicinandomi per chiedere un autografo (la mia più cattiva ed al contempo amata fissazione) noto un sorriso costante ma forzato, sintomatico che gli dei sono piombati giù dall’Olimpo (metafora perfetta per luogo e momento) e questo non è andato per nulla giù a chi comanda, esponendosi anche in prima persona. Quello che canta Nelly Furtado:“Why do all good things come to an end?” se lo stava chiedendo anche Stern. L’incontro in sé appare quasi un match da All Star Game con difese ballerine, attacchi esplosivi e giocate a sensazione: a portarla a casa, salvando in parte capre e cavoli, sono Marion (22 veleggianti a grandi altezze), Iverson (15) e Odom (14), anche se l’ormai usuale “loosing effort” da 24 pepite (con 7 bombe) di Macijauskas ben più di qualche grattacapo l’ha creato. U.S.A. vincitori ma “perdenti”, osservati a bordocampo dalle colleghe della WNBA: loro sì Nazionale imbattibile, composta da giocatrici del calibro di Diana Taurasi, Lisa Leslie, Sheryl Swoopes, Dawn Staley, Tina Thompson e Yolanda Griffith, le quali in Finale hanno spazzato via la splendida aussie Lauren Jackson e relative compagne. Time is come. Sembra di stare in apnea, attendendo solo che quaranta lunghi, rapidi minuti scadano. Non troppo lontani da me ci sono i genitori di Pozzecco: il figliolo non è al 100%, tutt’altro, scavato in volto dalla fatica accumulata durante il torneo, ma da qui al dare forfait proprio nella partita della vita… suvvia, questo è sempre quello dei capelli fucsia con la stella gialla di Varese. No way: lo sanno mamma Lalla e papà Franco, lo sa Charlie, lo sa Meneghin, lo sanno tutti. Vada come vada, ma disertare in trincea non è roba da Poz.

Il racconto si interrompe.

Ore 1:00 circa. Con lo stomaco in allarme ci rechiamo io, mio padre e mio fratello Lorenzo, in un risto-pub-bar (boh!) per mettere qualcosa sotto i denti e trovato posto in un tavolino esterno al locale, nel mezzo di una minuscola viuzza del centro ateniese, ordiniamo da mangiare. Appena serviti, neanche il tempo di dare il secondo morso che dal viale parallelo si sente provenire un forte botto, seguito poi da urla e un fuggi-fuggi generale. Nel giro di due minuti capiamo il perché del trambusto e in gran velocità, portandoci via pane e salsicce, ce la diamo a gambe levate attraverso una cappa fumogena che dal luogo del misfatto si era presto dilatata in tutto il quartiere. Passo dopo passo giungiamo nella piazza principale della capitale greca, “Omonia Square”, e visto che di mangiabile precedentemente ne era rimasto ben poco, una sosta tappabuchi in un noto fast food americano male non fa. Il Big Mac non delude mai e stavolta porta con sé anche la sorpresa: le 2 a.m. si avvicinano e dalla porta d’ingresso del Mc Donald’s sbucano… Pepe Sanchez e Manu Ginobili, i due bahiensi con ancora addosso la divisa recante il “Sol de Mayo” e con tanto di sgargiante medaglia d’oro al collo! Lo champagne deve aver fatto effetto perché un colpo così scommetto che pochi ce l’hanno. Mi avvicino per complimentarmi e far vergare il canonico foglio, e noto una cosa: ma quanto è magro “Gino”?! Non sembra vero che questo ogni sera si scontri con bestie sullo stile O’Neal o Yao Ming uscendone pure vincitore, eppure il suo amico Duncan poco fa era sul terzo gradino del podio mentre lui, con l’orgoglio di un “conquistador”, mostrava al mondo la bandiera “celeste-blanco-celeste” dall’alto della montagna degli dei, anche a scapito della sua amata Italia. Eh si, perché l’incantesimo azzurro è stato spezzato dalle penetrazioni dell’ex idolo indiscusso di Casalecchio e dal solito, fantastico, implacabile Luis Scola, i cui 25 punti non ne avranno fatto l’MVP, ma ragazzi che partita… La stanchezza di Basile e soci era troppa ed è andata anche al di là del cuore, comunque sempre arealmente incalcolabile, altrimenti non pareggeresti a quota 45 nel terzo quarto, tirando male e giocando quasi in slow motion, grazie ai canestri di Rombaldoni e Garri uniti a quelli di Soragna. Le triple ignoranti non sono entrate, quelle più costruite nemmeno, secondo alcuni poi Pozzecco è stato dimenticato troppo in panca e così nel 4° periodo la legge del più forte è stata applicata anche da Alejandro Montecchia, altro italo-argentino dal cuore di pietra. Grande vittoria, di tutte e due. Le lacrime del “Poz” sono inevitabili: per toccare questa vetta ha messo tutto sul banco e ciò che batte nel petto non ne è che una minima parte. Come tutti è partito dal basso ma a differenza di molti è rimasto nel cuore facendo sobbalzare, commuovendo, riscrivendo l’aspetto artistico del basket e del non-basket, immaginando ciò che nessuno ha neppure una volta intravisto, ridendo anche quando non avrebbe dovuto, vincendo l’argento più dorato della storia della Nazionale, ispirando lo striscione “Poz: un saluto al nostro miglior peggior nemico!” persino nell’eterna rivale Cantù, camminando sempre a testa alta a costo di dire “niet” (vista la parentesi russa) anche alla Virtus con giusto due soldoni sul piatto, salutando “Chicco” Ravaglia e giocando anche per lui, divertendo, divertendo e ancora divertendo. Soprattutto, poi, è genuino e li non ti sbagli. Ad Avellino, con la maglia targata Upea di Capo(z) d’Orlando, ha mandato il suo ultimo saluto al basket giocato. Anche lì si è inchinato ringraziando tutti con i lacrimoni agli occhi, proprio come aveva fatto a Colonia e proprio come aveva fatto al Pianella in mezzo al campo. Le braccia si allargano, l’aeroplanino si manifesta: “Poz numero 1”.