domenica 23 agosto 2009

Best Friends Capitolo 3

CAPITOLO III

20 dicembre 1969. Baton Rouge, profonda Louisiana, profondo Sud degli States: le giornate in estate sono umide ed afose, a volte appaiono interminabili, i rumori della vegetazione rischiano di essere alla lunga insopportabili ma con l’abitudine si tramutano nella tua colonna sonora giornaliera. Il clima forgia il carattere dei nativi di queste zone: pronuncia allungata, andatura lenta, quasi rilassata o “molleggiata”, l’etica lavorativa, l’assaporare appieno le giornate come “modus vivendi”, il football come religione.

12 gennaio 2000. Charlotte, North Carolina: “The Queen City”, al tempo dimora della franchigia Nba degli Hornets, è il centro finanziario, economico e punto di riferimento totale per lo Stato che comprende anche la “Tobacco Road”, campo di battaglia per l’eterna rivalità tra UNC e Duke e area dalla cui atmosfera si potrebbe estrarre l’essenza più pura del basket (cosa che potrebbe aver fatto il più grande di sempre, Michael Jordan, nato a Brooklyn, ma cresciuto fisicamente a Wilmington e cestisticamente proprio alla University of North Carolina, sotto i comandamenti di Dean Smith) . Il life-style moderno e frizzante poi nasconde una metropoli non ancora compiutasi al 100%.

Tra queste due date, questi due luoghi è intercorsa la vita di Bobby Ray Phills II, un figlio come tanti del Mississippi, ma anche ragazzo d’oro, che partendo dalla non memorabile Southern University di Baton Rouge (28 ad allacciata di scarpe nella stagione da senior), tradusse in realtà un sogno chiamato Nba. Per completarlo però si rese necessaria un’ulteriore gavetta visto che, dopo la scelta al numero 45 del Draft 1991 ed una stagione vissuta da spettatore non pagante sulla panchina di Milwaukee, dovette ripiegare sui parchi di Sioux Falls, in CBA. Il martirio durò per fortuna lo spazio di qualche mese, fin quando non fu Cleveland, convinta dai 23 punti in dotazione a serata, a riportarlo nella Lega “cugina” di maggior prestigio. Sei anni in Ohio (intorno ai 10 punti di media), a cui ne seguirono tre da Hornet al fianco di gente come Glen Rice (superbo tiratore da qualsiasi distanza e vincente sia a livello collegiale con Michigan, che al piano superiore con i Lakers di Kobe e Shaq), Dell Curry (altro shooter balisticamente notevole, il cui figlio Stephen sta attualmente facendo onde in NCAA con Davidson University), Tony Delk, Vlade Divac (“Marlboro Man” e due mani all’europea che per un centro di quella stazza lì dovrebbero essere off-limits), Tyrone “Muggsy” Bogues (160 centimetri di play tascabile per antonomasia) e David Wesley (grande amico di Bobby). Un percorso simile di raggiungimento dell’Nba lo compì Avery Johnson (natìo di New Orleans), che dopo gli eccellenti anni alla Southern fu tuttavia trascurato da ogni scout e general manager: “undrafted” dunque, ma in grado di conquistarsi le luci della ribalta vincendo prima il titolo al fianco di Tim Duncan nel 1999 (finale contro i Knicks di “Spree” e Allan Houston) e poi aggiudicandosi giusto un paio di anni or sono il premio di “Coach of the Year” al timone dei Dallas Mavs. Ugualmente luci, ma non certo portatrici di gioia, furono invece quelle che Bobby si ritrovò di fronte nella mattinata del 12 gennaio dell’anno di apertura al nuovo Millennio: appartenevano ad un’auto, su West Tyvola Road nei pressi del Charlotte Coliseum (pochi chilometri a sud di downtown sostanzialmente), contro cui la Porsche 993 Cabriolet di BP si schiantò tragicamente dopo aver perso il controllo del mezzo. Il lavoro eziologico della polizia locale portò alla luce che Bobby stava guidando, con un limite di 45 miglia orarie (circa 70 km/h), oltre le 100 mph, 75 secondo altre fonti, per raggiungere la propria moglie Kendall, fin quando uno sbalzo della vettura non l’ha gettato in mezzo alle fauci del tragico destino. Alcune macchine più avanti c’era David Wesley,il compagno ed amico insieme a cui avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento, considerata la presenza anche della moglie di quest’ultimo, il quale fu in seguito incriminato per guida incauta e spericolata, tanto che si pensò addirittura ad una gara di velocità tra i due. Coach Paul Silas, avvisato dell’accaduto, si recò sul posto del misfatto e vide la fiamma di Bobby spenta definitivamente tra le lamine accartocciate. Due ore o poco più. Tanto ci volle per estrarre il corpo dalle macerie, un corpo pittoresco (1.95 per 105 chili di soli muscoli) , tagliato su misura per i “tight end” della Nfl. Sul parquet era una guardia tiratrice dalla mano morbida (ruolo che si è costruito strada facendo a partire dalla Tuskegee High School, per la quale evoluiva in special modo da centro) e ottimo difensore (ben nota la risposta “Michael who?” alla domanda di un giornalista, che chiese se lui temesse affrontare Michael Jordan) , oltre che figura carismatica all’interno dello spogliatoio; al di fuori era invece uomo di grande intelligenza, devoto, altruista e disponibile (fondatore della “Bobby Phills Educational Awareness Foundation”, nel 1996, per l’aiuto di bambini meno fortunati), con un sorriso in grado di scioglierti l’anima, ma soprattutto padre di tre bimbi. Quella maledetta mattina però, il futuro oscurò le proprie carte. Il ritmo blando del ragazzo del Sud aveva aumentato le sue frequenze poco prima delle ultime note, ma la vera musica, quella che viene dal cuore, non muore mai e come direbbe Puff Daddy (o P.Diddy) “I know you still living your life, after death” Bobby.

Passarono sei mesi, altro incidente d’auto e altro lutto che sconvolse la Lega del commissioner David Stern. Ogni tanto la giustizia divina tende ad avere atteggiamenti perlomeno incomprensibili, altrimenti non si spiegherebbe come Malik Sealy, guardia/ala dei Minnesota Timberwolves, sia potuto morire in una collisione causata dal guidatore ubriaco di un “pickup truck”, rimasto al contrario vivo, con solo qualche ferita (stessa positiva, ma “giusta”, sorte toccata all’automobilista che vide piombarsi addosso Bobby Phills). Figlio di una guardia del corpo di Malcolm X, nato e cresciuto nel Bronx, nome da rapper della East Coast, ma una personalità ed un cuore che hanno fatto costantemente rima con generosità, bontà ed abbondanza: al pari di Bobby infatti, Malik ha sempre anteposto gli altri al proprio “io”, mettendo davanti a tutto la famiglia, il gruppo, pensando prima alla crescita di un giovanissimo Kevin Garnett, che alla sua decina di punti serale o al contratto più o meno milionario (e proprio con l’ultimo firmato decise di rimanere ancora a Minneapolis per amore verso i compagni di squadra e la città). K.G. aveva dato una festa per il suo compleanno quella sera del 20 maggio e intorno alle 3 di mattina Malik stava facendo ritorno verso le braccia della moglie e il dolce respiro della figlia cullata dal letto. La cintura non allacciata, il suo SUV era privo di Air Bag, chi va a pensare che qualcuno possa prendere quel tratto della highway del Minnesota, con annessi lavori nella seconda corsia, in contromano? No, no, impossibile. Un uomo troppo forte Malik, uno spirito creativo non secondario che lo aveva portato ad incidere una canzone rap, “Lost in the Sauce” (all’interno dell’album “Basketball’s Best - Kept Secret” composto insieme ad altri giocatori Nba quali Shaquille O’Neal e Gary Payton), e anche a recitare in diversi telefilm oltre che in una pellicola al fianco di “Sister Act”, al secolo Whoopi Goldberg; il Bronx vero, non quello dei film, come casa; quattro stagioni sensazionali alla St. John’s University e gli ultimi play off, conclusisi pochi giorni prima contro la Portland di Sheed e Pippen, trascorsi a oltre 12 punti in 30 minuti di medio utilizzo; cinque giorni dopo la scomparsa di Bobby Phills aveva messo a segno un buzzer-beater a tempo quasi scaduto versus Indiana. No, no, non può finire così, siamo appena nel secondo quarto della sua vita. Poi un articolo sulla Gazzetta nel tragitto verso la scuola, una maglia #2 issata verso il cielo al Target Center, le lacrime di Garnett e la voce singhiozzante, la scritta indelebile sulle scarpe “2Malik”. Come per BP, la musica ha però alzato il suo volume dal profondo. Un verso della lirica di Malik dice, “life’s just one big jumpshot”… tranquillo Malik, vivrai per sempre nel meraviglioso fruscìo della retina.

Due tragedie, ma sfortunatamente non le prime e nemmeno le ultime. Vedi Eddie Griffin, “il Grifone”, che spesso e volentieri incantò tutti alla High School (la rinomata Roman Catholic di Philadelphia) e al college (Seton Hall), prima di incontrare anni problematici tra Houston, New Jersey e Minnesota. Dopo il taglio da parte dei Timberwolves, venne spazzato via da un treno ma soprattutto dai problemi con l’alcool, da una testa in cui riaffiorava incessantemente la morte del fratellastro, dall’eccessiva tendenza del suo animo a mostrare il lato più aggressivo. Nella “città dell’amore fraterno” Eddie aveva costruito la sua vita chiudendo il cuore al mondo esterno, un mondo che nell’agosto 2007 avrebbe rimpianto per l’ultima volta un enorme talento talmente perduto da ignorare i segnali di pericolo del passaggio ferroviario. Altre luci e nulla più.

Le morti a noi più vicine però, inevitabilmente aumentano la nostra tristezza, sgretolando al contempo le nostre certezze. E il giocatore cui l’Europa è sempre stata più legata e per cui maggiormente ha inondato fiumi di lacrime miste a parole, è sicuramente Drazen Petrovic. Un’irripetibile sinfonia di passione, tiro e sudore durata 29 anni, composta dal “Mozart dei canestri”, forse il più forte giocatore ogni epoca al di qua dell’Atlantico.

E’ il 22 ottobre 1964, a Sibenik, città costiera dell’attuale Croazia e al tempo una Yugoslavia non ancora travolta dagli eventi, vede per la prima volta la luce il secondogenito della coppia dei signori Petrovic, Biserka e Jole. Al pupo viene affidato un nome derivante dalla parola slava “dorogo”, che significa “perfetto”, e che sarà uno degli aggettivi più sovente accostati al Drazen cestista. Come spesso accade, i bambini ancora in tenera età tendono ad imitare in tutto e per tutto le gesta dei fratelli più grandi ed un sentito grazie non sarà mai abbastanza per Aleksandar Petrovic, la cui passione per la pallacanestro (cosa comunque alquanto consueta in terra croata e dintorni, per usare un eufemismo) avrebbe inconsciamente cambiato per sempre gli scenari mondiali di questo meraviglioso Sport. Il piccolo Drazen mostrò fin da subito una predisposizione naturale per la Pallacanestro, a cui però in breve associò ore e ore di tiri, palleggi, “moves” compiuti ed affinati in una sorta di playground del piccolo porto dalmatico (che oggi conta circa 40mila anime), ma che in realtà non andava tanto oltre l’essere un canestro posto su un palo, dinanzi ad un muro. La leggenda inizia qui, sviluppandosi dalla mattina alla sera, con poche soste concesse al resto, perché la fame di vittoria (o il totale rifiuto della sconfitta, a seconda dei punti di osservazione) ha il primato su tutto e quando i successi nei campionati giovanili diventano scontati, visto l’assoluto dominio tecnico-cestistico di Drazen, la soluzione più ovvia è la promozione nella prima squadra locale alla “veneranda” età di 15 anni, fianco a fianco con gente che potrebbe anche fargli tranquillamente da padre. Nel giro di 730 giorni i minuti da professionista crescono doverosamente e dopo la conquista dell’oro agli Europei Juniores, il cognome Petrovic è sulla bocca di scout (e non solo) che vanno dal Portogallo alla Russia, toccando la Scandinavia e più a sud l’Italia. Il “tre”, gesto di vittoria in terra slava, è il numero magico per eccellenza e alla sua terza partenza dai blocchi della nuova annata sportiva, con la maglietta numero 8 della sua città, il ragazzino entra in totale trance agonistica, per non uscirci più in ogni singolo giorno della sua vita futura. I punti abbondano facilmente oltre la quindicina ad allacciata di scarpe e la squadra inizia a volare, raggiungendo l’apice con la finale di Coppa Korac persa a Padova, nel 1982, per 90-84 contro i francesi del Limoges di Ed Murphy e Richard Dacoury. L’exploit di un club così piccolo e storicamente, si direbbe, minore fa innalzare molti sopraccigli, ma Drazen tuttavia continua ad avere molte difficoltà nell’accettare il faccia a faccia con la parola “sconfitta” e il giorno dopo, il pallone ed il canestro rischiano di essere i soli a vederlo per l’intero arco di 24 ore. E’ il momento della stagione successiva: le beneficiate arrivano ormai ogni benedetta sera (si sfora oltre i 24 di media) e le finali conquistate saranno due, anche se altrettante le sconfitte (nuovamente contro Limoges in Korac e poi sulla strada verso il titolo yugoslavo, in realtà vinto proprio grazie a Drazen, ma portato via dalla federazione per motivi sinistri, forse politici, la serie contro il Bosnia Sarajevo). Nel cartone giapponese Dragonball, il protagonista (Goku) è un Sayan, cioè una razza (proveniente da un altro pianeta) di guerrieri, i quali, allorchè sconfitti, riprendono le loro forze diventando ancora più forti, come se dagli insuccessi traessero maggior vigore per poi ripresentarsi dinanzi alle nuove battaglie con capacità innovative e sempre meglio affinate: “Petro”, come soleva essere chiamato Drazen, fu la trasposizione reale dei combattenti Sayan, perché due anni di beffe “finali” erano decisamente troppi e, nonostante la chiamata annuale dell’esercito per il servizio di leva, al suo ritorno sul parquet divenne “unstoppable” per chiunque. I trofei comunque sarebbe stato difficile vincerli sotto casa, così con un po’ di saudade ma il doppio di volontà, determinazione e sicurezza bussò alle porte del Cibona Zagabria, la società croata per eccellenza, tra le cui fila presenziava anche una persona ben nota: il fratello Aleksandar. Beh, non durò esattamente tantissimo il periodo di adattamento, anche perché se ti trovi a giocare subito con la tua “squadra del cuore”, difficilmente vergarne 56 è indicativo di timori o complicazioni di sorta. Irreale. Il Basket è la sua vita, l’amore per i tifosi una spinta in più. Col Cibona vince tutto ciò che gli capita tra le mani, che sia in campo regionale, nazionale o europeo poco cambia. Chamberlain, una bestia di 216 centimetri, come detto, segnò 100 punti in una gara; Petrovic 112, contro gli sloveni dello Smelt Olimpija. Scherziamo!? In bacheca ci finiscono agevolmente Coppe dei Campioni, Coppe delle Coppe, titoli e trofei slavi, successi contro gente del calibro di Arvydas Sabonis (il “Principe del Baltico” vestito di verde Zalgiris Kaunas) e Drazen Dalipagic (allora, sfavillante in Italia tra Udine e Venezia) oltre ad un’infinità di riconoscimenti personali. MVP! MVP! La sfiga è che se fosse nato a 6 ore di macchina di distanza verso nord-ovest, anziché Drazen avremmo “Dario”: così non è però e dunque i grandi team nostrani, Milano targata “Simac” (con THE COACH, Dan Peterson, sul pino e Mike D’Antoni, J.B. Carroll e Dino Meneghin ad impazzare sul parquet), Cantù, Roma, Pesaro e Caserta, sono costretti ad interpretare, nella scenografia, il ruolo delle città occidentali prima e dopo il passaggio del famoso re Unno, Attila. Le difese, com’è intuibile, furono messe a ferro e fuoco, conducendo qualcuno nel “Bel Paese” ad inventarsi il soprannome di “Mozart dei canestri”. Alla seconda stagione, con soli 21 anni alle spalle, le realizzazioni per incontro passano da 32 a 43 (un po’ “peggio” in Europa, visto che a referto scrive di regola 37 miseri punti), e se mai ve lo domandaste i minuti di gioco all’epoca erano sempre quaranta tondi. 1 vs 1 è assolutamente immarcabile, il tiro non ha niente e nessuno con cui essere paragonato, l’intelligenza cestistica ha raggiunto livelli inusitati e la paura, quella non l’ha nemmeno mai incontrata sul dizionario. Dall’altra parte dell’Atlantico corrono le voci.

Trascorso un fantastico quadriennio, Drazen sente la necessità ed il bisogno di nuove sfide e, pur portando sempre nel cuore i momenti vissuti dentro la futura “Drazen Petrovic Basketball Hall”, opta per il blasone di una squadra come il Real Madrid che all’elevata competizione affianca, ad ogni modo, due soldini mica da ridere. Ma la passione va oltre il vil denaro. La limitatezza del linguaggio prorompe tutta d’un colpo, in quanto il fiume di aggettivi finisce per seccarsi nel giro di qualche mese. Le stesse meraviglie mostrate col Cibona, “Petro” le riproduce tali e quali con la “camiseta blanca”: LeBron James oggi è il “Re”, Drazen Petrovic allora era l’ “Imperatore”. In finale di Coppa delle Coppe, la Caserta di Nando Gentile e Oscar Schmidt (il più forte sportivo brasiliano di sempre senza il pallone tra i piedi) perde al supplementare per cause di forza maggiore o in altri termini, per mano di Drazen e delle sue 62 perle. Altri scaffali riempiti, altro desiderio che brucia nell’anima. Il Real se ne innamora perdutamente, ma la scelta effettuata da Portland un paio di anni prima rappresenta l’irresistibile tentazione, l’ultimo round in cui eccellere rivaleggiando con i giocatori più forti del pianeta. Nella “città delle rose” resta dal 1989 all’inizio del 1991, raggiungendo subito la possibilità di vincere il titolo (andato poi ai “Bad Boys” di Detroit), ma rimanendo anche a lungo seduto, con un minutaggio nemmeno vicino ai 20’ di impiego medio. I Blazers erano stati illuminanti nello sceglierlo al Draft, ma furono altresì ciechi nel non voler affidare l’arancia ad uno che rimaneva pur tuttavia un europeo di 1 metro e 95 per 88 chili. Con la Nazionale si toglie però lo sfizio di vincere i Mondiali in terra argentina, asfaltando gli Urss nel match per l’oro. I Nets annusarono l’odore di affare e senza eccessivi sforzi per convincere chi di dovere, gli garantirono l’occasione ed il contesto giusti. Cambia la costa, cambia il numero di maglia (che dal 44 diventa il 3), cambiano i risultati e cambia soprattutto la Yugoslavia. L’orgoglio croato diventa libero ed indipendente, e alla stessa maniera Drazen rompe le catene rapendo gli sguardi di tutta America. L’amore per la pallacanestro, mai sopito, lo spinge ad osare sempre di più: 20 di media il primo campionato, 23 il secondo. Nel mentre addirittura insidia, con i colori della Croazia sul petto, il Dream Team americano alle Olimpiadi di Barcellona ’92, sparando 24 punti in finale al cospetto di “Sua Maestà” Michael Jordan. Ora sì, è ufficialmente tra i migliori al mondo. Il contratto firmato con New Jersey va poi in scadenza e per una serie di problemi (con la dirigenza) e circostanze, si ritrova libero di accasarsi in una formazione che possa ambire all’anello Nba. Tutti i pezzi del puzzle si stanno sistemando al loro posto, ma l’incredibile è dietro l’angolo. Il 7 giugno è attualmente giorno di lutto nazionale in Croazia poichè in quella stessa data dell’anno 1993, a Denkendorf (Germania), si è spento a causa di un incidente stradale, l’uomo più amato di sempre dal popolo croato, un giocatore di Pallacanestro che ha riempito di gioia il cuore di chi l’ha visto evoluire sui campi di tutto quanto il mondo. Aveva da poco disputato la sua ultima partita (contro la Slovenia) con l’adorata maglia patriottica anche se per guai fisici sarebbe dovuto mancare. E’ andata così, la strada l’ha portato via, ma non è difficile immaginarlo tirare e giocare dovunque si trovi adesso, in nome di quel grande amore di cui si è innamorato a prima vista. Era proprio perfetto…

Hvala Drazen.

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