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domenica 20 dicembre 2009

Malik Sealy





Passarono sei mesi, altro incidente d’auto e altro lutto che sconvolse la Lega del commissioner David Stern. Ogni tanto la giustizia divina tende ad avere atteggiamenti perlomeno incomprensibili, altrimenti non si spiegherebbe come Malik Sealy, guardia/ala dei Minnesota Timberwolves, sia potuto morire in una collisione causata dal guidatore ubriaco di un “pickup truck”, rimasto al contrario vivo, con solo qualche ferita alla testa (stessa positiva sorte toccata al malcapitato automobilista che vide piombarsi addosso Bobby Phills).


Figlio di Sidney, una guardia del corpo di Malcolm X (o anche conosciuto come El-Hajj Malik El-Shabazz, da cui è stato preso il nome per il bimbo di casa Sealy), e Ann, nato e cresciuto nel Bronx, col background tipico di un rapper della East Coast, ma con una personalità ed un cuore che hanno fatto costantemente rima con generosità, bontà ed abbondanza: al pari di Bobby infatti, Malik ha sempre anteposto gli altri al proprio “io”, mettendo davanti a tutto la famiglia, il gruppo, pensando prima alla crescita di un giovanissimo Kevin Garnett che alla sua decina di punti serale o al contratto più o meno milionario (e proprio con l’ultimo firmato decise di rimanere ancora a Minneapolis per amore verso i compagni di squadra e la città). Il numero 2 posto sul retro della “jersey” racchiude anche questo. K.G. aveva dato una festa per il suo compleanno quella sera del 20 maggio 2000 e intorno alle 3.30 di mattina Malik stava facendo ritorno verso le braccia della moglie Lisa e il dolce respiro del figlioletto di tre anni, Malik “Remi” Remington, cullato dal letto. “The Big Ticket” l’aveva ringraziato per l’ennesima volta, non solo per il regalo o la sua presenza concreta al party, ma per tutto quello che rappresentava, al pari di Sam Mitchell [1]: un amico sincero e un padre come non l’aveva mai avuto, oltre che un idolo cestistico dei suoi anni a Mauldin, South Carolina. Quindi si lasciò downtown alle spalle. La cintura non allacciata, il sedile piegato a circa 130° in pieno “american-black style”, il suo Range Rover era privo di Air Bag, chi va a pensare che qualcuno possa prendere quel tratto della “Highway 100” di St. Louis Park, Minnesota, con annessi lavori nella seconda corsia, in contromano? No, no, impossibile. No way.


Un uomo troppo forte Malik, uno spirito creativo non secondario che lo aveva portato ad incidere la canzone rap “Lost in the Sauce” (contenuta all’interno dell’album “Basketball’s Best - Kept Secret” composto insieme ad altri giocatori Nba quali Shaquille O’Neal e Gary Payton), a creare una linea di abbigliamento, “Malik Sealy XXI Inc.”, e anche a recitare in diversi telefilm (ex. “The Sentinel”, trasmesso per anni dalla Rai in Italia) oltre che in una pellicola (“Eddie”) al fianco di “Sister Act”, al secolo Whoopi Goldberg; il Bronx vero, non quello dei film, come palestra di vita a partire dal 1 febbraio 1970; la crescita fino a raggiungere i due metri di altezza, quattro stagioni sensazionali alla St. John’s University, la scelta n.12 nel draft del 1992 da parte dei Pacers e gli ultimi play off, conclusisi pochi giorni prima contro la Portland di ‘Sheed [2] e Pippen [3], trascorsi a oltre 12 punti in 30 minuti di utilizzo medio, lui che in fondo resta soprattutto un grande difensore; cinque giorni dopo la scomparsa di Bobby Phills aveva messo a segno un buzzer-beater di tabella a tempo quasi scaduto proprio versus Indiana, replicando il canestro sulla sirena realizzato in dicembre contro Orlando. In quella stagione a cavallo tra i due millenni, inoltre, Malik non aveva saltato nemmeno una gara. No, no, non può finire così! Siamo solo nel secondo quarto della sua esistenza. Poi..


Ricordo un articolo sulla “Gazza in rosa” nel tragitto verso la scuola. “Non ci credo”. Souksangouane Phengsene: questo il nome del folle guidatore ubriaco. Ho solo più pensato: “bastardo”. La sentenza è stata quattro anni da scontare in gattabuia e gliene hanno pure abbuonato uno. Era già stato fermato nel 1997 a Des Moines per guida in stato di ubriachezza; l’avrebbero arrestato altre due volte in seguito a quel maledetto giorno: l’ultima condanna ne vale otto dentro. “Che giustizia è? Siamo matti? Questo avrebbe potuto e in futuro potrà ancora uccidere qualcuno…pazzesco…”. Il mondo d’oggi va così; male ma così. Malik però, sono sicuro che l’abbia già perdonato da lassù. Lui che amava stare tra i ragazzi e spiegare il valore dello sport, l’importanza della vita, l’amore verso il prossimo. La sua tomba viene posta nel “Ferncliff Cemetery and Mausoleum”, che diventa automaticamente il suo playground personale: lì è stato cremato quel visionario di John Lennon; lì si ergono perennemente orgogliosi i resti di Malcolm X, l’idolo della famiglia Sealy. In classe medito e stento ancora a crederci nonostante siano già trascorse più di 24 ore dalla tragedia. A casa accendo tele e decoder: la maglia #2 issata verso il cielo al Target Center, le lacrime e la voce singhiozzante dei suoi amici, la scritta indelebile “2Malik” sulle scarpe di Garnett, e quella ancora più significativa, poco tempo dopo, sul corpo dello stesso K.G e dell’altro “figlio” Joe Smith [4]: “Only God can Judge me. Rest in Peace MS2”. Come per BP, la musica ha però alzato il suo volume dal profondo. Un verso della lirica di Malik dice, “life’s just one big jumpshot”… tranquillo Malik, vivrai per sempre nel meraviglioso fruscìo della retina e nel cuore di chi ti ha visto anche solo una volta ridere in tutta la tua genuinità.



Note:


1- Il primo allenatore del “Mago” Bargnani nella Nba. A memoria anche il più criticato e vituperato vincitore del premio di “Coach of the Year” nella storia della Lega: correva la stagione 2006/2007, i Raptors avevano appena vinto il loro primo titolo divisionale e già i “contro” a tratti sembravano superare i “pro”. Poi arrivò un quadriennale messo subito nero su bianco; una stagione più altalenante del previsto, per usare un eufemismo; un primo turno di playoff non indimenticabile salutato in anticipo per mancanza di kryptonite da opporre a “Superman”, al secolo Dwight Howard; e infine 17 gare della nuova Regular Season chiuse con record negativo. I bagagli glieli hanno recapitati la sera stessa del’ultima debacle.


2- Rasheed Wallace. Difficile non esserne a conoscenza. Un “tecnico”, inteso come punizione arbitrale, perennemente pronto ad accadere ma anche un talento fuori portata per il 99% dei bipedi terrestri. Unico nel suo genere e ineguagliabile. Come dicono di là: “Sheed happens”…


3- Fa Scottie di nome, ha fatto la spalla di Michael Jordan nei sei titoli vinti con Chicago. Il miglior secondo violino “ever” ma con capacità (difensive + offensive) da prim’attore. Frenabile solo dall’emicrania. Merita un bel posticino nel tempio di Springfield…


4- Rinomato per due cose: l’essere stato una delle meno entusiasmanti prime scelte assolute al draft di sempre (intendiamoci: Kwame Brown e Michael Olowokandi sono irraggiungibili) e l’essere stato al centro del vergognoso “caso Minnesota Timberwolves”, coi quali si accordò per firmare un contratto ad un valore molto più basso di quello di mercato, con in cambio la promessa di futuri pagamenti milionari al momento dell’estensione dello stesso accordo, in modo da permettere alla franchigia altri acquisti di rilievo a costi altrimenti impossibili da sostenere visto il limite posto dal “salary cap”. Ciononostante è rimasto un giocatore rispettato nei circoli Nba e da qualche stagione a questa parte anche uno dei più apprezzati veterani della Lega. Due dritte per sistemare la situazione gliele aveva date anche il buon Malik…


Bobby Ray Phills





20 dicembre 1969. Baton Rouge, profonda Louisiana, profondo Sud degli States: lì le giornate estive sono umide ed afose, a volte appaiono interminabili; i rumori della vegetazione al di fuori dei centri urbani rischiano di essere alla lunga insopportabili ma con l’abitudine si tramutano nella tua colonna sonora giornaliera; il clima forgia il carattere dei nativi di queste zone. La pronuncia allungata, l’andatura lenta, quasi rilassata o “molleggiata”, l’etica lavorativa, l’assaporare appieno le giornate come “modus vivendi”, il gospel, la palla da football come oggetto di culto. Cinque mesi prima, più esattamente il 21 luglio 1969, un tale di nome Armstrong, in compagnia dei colleghi Aldrin e Collins, scelse come nuova meta turistica la Luna. Veicolo di trasporto: shuttle “Apollo 11”. Agenzia di viaggio: NASA. Benvenuti ufficialmente nella nuova era.


12 gennaio 2000. Charlotte, North Carolina, lo Stato di Michael (ce n’è uno e basta…). “The Queen City”, al tempo dimora della franchigia Nba degli Hornets, è il centro finanziario, economico e punto di riferimento totale per lo Stato che comprende anche la “Tobacco Road”, campo di battaglia per l’eterna rivalità tra UNC e Duke e area dalla cui atmosfera si potrebbe estrarre l’essenza più pura del basket. In zona sono ammesse poche ciance: lavoro, maniche alzate e battismo vengono prima di tutto.


Tra queste due date, questi due luoghi è intercorsa la vita di Bobby Ray Phills II, un figlio come tanti del Mississippi, ma anche ragazzo d’oro che, partendo dalla non memorabile Southern University di Baton Rouge (28 ad allacciata di scarpe nella stagione da senior), tradusse in realtà un sogno chiamato Nba. Per completarlo però si rese necessaria un’ulteriore gavetta visto che, dopo la scelta al numero 45 del Draft 1991 ed una stagione vissuta da spettatore non pagante sulla panchina di Milwaukee, dovette ripiegare sui parchi di Sioux Falls, in CBA. Il martirio durò per fortuna lo spazio di qualche mese, fin quando non fu Cleveland, convinta dai 23 punti in dotazione a serata, a riportarlo nella Lega “cugina” di maggior prestigio. Sei anni ad affinare il mestiere in Ohio (intorno ai 10 punti di media), a cui ne seguirono tre da Hornet al fianco di gente come Glen Rice (1), Dell Curry (2), Tony Delk (3), Vlade Divac (4), Tyrone “Muggsy” Bogues (5) e David Wesley (6). Un percorso simile di raggiungimento dell’Nba lo compì Avery Johnson, natìo di New Orleans (sempre nello stato che prese il nome dal “Re Sole” Louis XIV), che dopo gli eccellenti anni alla Southern fu tuttavia trascurato da ogni scout e general manager: “undrafted” dunque, ma in grado di conquistarsi le luci della ribalta vincendo prima il titolo al fianco di Tim Duncan nel 1999 (finale contro i Knicks di “Spree” e Allan Houston) e poi aggiudicandosi giusto qualche anno dopo il premio di “Coach of the Year” al timone dei Dallas Mavs.


Ugualmente luci, ma non certo portatrici di gioia, furono invece quelle che Bobby si ritrovò di fronte nella mattinata del 12 gennaio dell’anno di apertura al nuovo Millennio: appartenevano ad un’auto, su West Tyvola Road nei pressi del Charlotte Coliseum (pochi chilometri a sud di downtown sostanzialmente), contro cui la Porsche 993 Cabriolet di BP si schiantò tragicamente dopo aver perso il controllo del mezzo. Il lavoro eziologico della polizia locale portò alla luce che Bobby stava guidando, con un limite di 45 miglia orarie (circa 70 km/h), oltre le 100 mph, 75 secondo altre fonti, per raggiungere la propria moglie Kendall, fin quando uno sbalzo della vettura non l’ha gettato in mezzo alle fauci del tragico destino. Alcune macchine più avanti c’era David Wesley, il compagno ed amico insieme a cui avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento, considerata la presenza anche della moglie di quest’ultimo, il quale fu in seguito incriminato per guida incauta e spericolata, tanto che si pensò addirittura ad una gara di velocità tra i due, e la cui patente al momento risultava sospesa. Wesley comunque non realizzò immediatamente ciò che era appena avvenuto. Abbassato il volume della musica diede un’occhiata allo specchietto retrovisore, poi un’inchiodata: il viaggio mentale di Dante all’inferno doveva essere stato più piacevole. Coach Paul Silas, avvisato dell’accaduto, si recò sul posto del misfatto e vide la fiamma di Bobby spenta definitivamente tra le lamine accartocciate. A Wesley intanto sembrarono aver depredato lo spirito.


Due ore o poco più. Tanto ci volle per estrarre il corpo dalle macerie. Un fisico pittoresco (195 cm per 105 chili di soli muscoli) , tagliato su misura per i “tight end” della Nfl. Sul parquet era una guardia tiratrice dalla mano morbida (ruolo che si è costruito strada facendo a partire dalla Tuskegee High School, per la quale evoluiva in special modo da centro) e ottimo difensore (ben nota la risposta “Michael who?” alla domanda di un giornalista, che chiese se lui temesse affrontare Michael Jordan) , oltre che figura carismatica all’interno dello spogliatoio; al di fuori era invece uomo di grande intelligenza, devoto, altruista e disponibile (fondatore della “Bobby Phills Educational Awareness Foundation”, nel 1996, per l’aiuto di bambini meno fortunati), con un sorriso in grado di scioglierti l’anima, ma soprattutto padre di tre bimbi. Quella maledetta mattina però, il futuro oscurò le proprie carte e l’immagine di B.P. si sciolse nelle lacrime di chi lo amava. Il ritmo blando del ragazzo del Sud aveva aumentato le sue frequenze poco prima delle ultime note, ma la vera musica, quella che viene dal cuore, non muore mai e come direbbe Sean “P.Diddy” Combs: “I know you still living your life, after death” Bobby.



Note:


1- Superbo tiratore da (veramente) qualsiasi distanza e vincente sia a livello collegiale con Michigan, che al piano superiore con i Lakers di Kobe e Shaq. Se vi è mai capitato di giocare, prima del suo ritiro, ad uno dei vari “Nba Live” per Playstation o quant’altro allora avete capito con chi si è avuto a che fare…


2- Altro “shooter” balisticamente notevole (pure in ambito virtuale), il cui figlio Stephen, dopo aver creato maremoti in NCAA con Davidson University, esser diventato il protetto di “The King” e aver riscritto il record ogni epoca di bombe sparate, è finito all’irrazionale corte di Don Nelson @ Oakland. Un sincero in bocca al lupo.


3- “Tony Tiger”, o meglio noto come Tony Delk, sfoderò in maglia Suns anche una prestazione da 53 perle in 50’ contro suoi ex compagni di Sacramento. Nato a Covington, Tennessee, fu campione NCAA 1996 con la Kentucky di Pitino, che sconfisse la Syracuse University di Jim Boheim e John Wallace al termine di un torneo eccezionale in cui i Wildcats vinsero ogni gara di almeno sette punti (le prime quattro dai venti in su) e Tony fu eletto Most Outstanding Player (MVP sostanzialmente) della Final Four dopo i 24 che mandarono in archivio la stagione. L’Nba si è però rivelata più dura del previsto, vista la sua tendenza ad essere una guardia nel corpo di un play, e così il passo da possibile stella a gregario è stato breve. In seguito a tante difficoltà, è transitato poi dalle parti del Pireo, a domicilio del Panathinaikos con cui fece il grande Slam, anche se in maggio venne allontanato per problemi disciplinari e con la dirigenza. Il suo meglio (tra i Pro, of course) lo diede però proprio in quella fresca serata di gennaio del 2001, chiusa a 20/27 dal campo, senza nessun tentativo da oltre l’arco e facendo scendere più di una lacrimuccia a molti puristi del Gioco: “Impossible is nothing”.


4- Due mani all’europea che per un centro di quella stazza lì dovrebbero essere off-limits. Tra le varie peculiarità anche una lista di appellativi lunga quanto la sua lingua e la sua carriera. I più noti: “Marlboro Man”, per intuibilissimi motivi legati al consumo di sigarette, e “Flip-Flop Vlade”, perché gli anni passati nei pressi di Hollywood (L.A.) hanno lasciato significativi strascichi sul suo modo di giocare.


5- 160 centimetri di play tascabile per antonomasia. Insieme a Spud Webb ha riscritto le leggi di appartenenza alla Nba.


6- Grande amico di Bobby e più tardi capitano in quel di Charlotte. Finito quindi alla corte di LeBron James in Ohio, ha raggiunto in maglia Cavs la Finale Nba 2K7, poi persa vs gli Spurs di un fenomenale Ginobili, giocando sempre e comunque in memoria del suo “fratello” non di sangue.